Possiamo discutere quanto vogliamo sulla durezza delle parole di Daniela Santanchè o sul fatto che forse lo stesso concetto poteva essere espresso diversamente (è stata lei stessa a dichiarare il giorno seguete che si trattava di una provocazione), ma di sicuro un certo perbenismo proprio del "politicamente corretto", che suggerisce prudenza ed ipocrisia in quantità industriali, crea più problemi di quanti vorrebbe risolverli ed è più preoccupante del fondamentalismo islamico o della Santanchè che perde le staffe. Ammiriamo il coraggio di Daniela, e capiamo la reazione di chi da quasi tre anni vive sotto scorta per aver aiutato donne islamiche a liberarsi dalle oppressioni del clan maschile, il coraggio di chi è stato condannato a morte in diretta televisiva, la reazione di chi è stata aggredita dalle stesse persone che una settimana dopo si sono fatte saltare in aria a Milano: io ero accanto a Lei e ho guardato negli occhi l’odio di quei musulmani… Insomma ben venga il coraggio di Daniela se chi è pacato non parla, sta zitto e lascia terreno al nemico...
Proprio in questi giorni mentre l’europa perde la sua identità culturale affidando alla sentenza di una corte il giudizio sulle proprie radici e sui propri simboli, l’esempio di Daniela dovrebbe far riflettere per la determinazione con cui difende e riafferma i principi fondanti del nostro continente.
N.B. Ricordiamo inoltre che la Santanché non è stata l’unica a definire pedofilo Maometto: vi sono precedenti illustri che guarda caso non hanno generato le stesse polemiche: niente poco di meno che Ayaan Hirsi Ali, in “Non Sottomessa” (Einaudi, con prefazione di Adriano Sofri) e in “Infedele” (Rizzoli); ma anche Bernard Lewis in “Semitismo e Antisemitismo” e Benny Morris in “Vittime”.