Questo è un blog politico, ma non un sito di partito.
E' uno spazio di idee. Il mio.

Un modo per raccontarmi e un modo per ascoltare.
Un laboratorio per nuove sintesi, un'occasione di verifica continua..

14 giugno 2011

Riflessione sulla politica...

Se non esiste un sistema universale di valori, l’uomo brancola nel buio: ogni decisione individuale assume valenza di giustizia e si è pronti anche ad avanzare leggi contro la vita, a tutelare i diritti degli animali e nello stesso tempo a sostenere l’aborto.
Purtroppo la politica con cui abbiamo a che fare è una politica basata più su principi utilitaristici individuali o di gruppo. E la mancanza di principi genera l'impressione quasi collettiva di una civiltà in degrado, di fronte alla quale è forte la tentazione della rinuncia e del distacco.
L'impegno politico deve essere qualificato e vissuto secondo la categoria tipica del servizio, con un'attenzione diligente e intelligente all'uomo, partendo da chi soffre maggiori disagi. Si può dire che compito di ogni impegno politico è quello di concorrere a realizzare una società nella quale ogni uomo possa vivere davvero nella pienezza della sua umanità. Un'autentica azione per il bene comune richiede inevitabilmente che si sia capaci di offrire una testimonianza d'impegno, eticamente credibile. Il disagio derivante dalla caduta dei valori è profondo: viviamo immersi nel relativismo etico che condiziona i nostri comportamenti. Le coscienze più vigili colgono nella decadenza le tracce di una barbarie dalla quale è sempre più difficile difendersi; il rifiuto del diritto naturale da parte di parlamenti e governi, che snatura l’identità dei popoli e delle nazioni all'insegna di quell’ideale moderno fondato sul principio dell’irresponsabilità soggettiva, è l’origine e la giustificazione del materialismo pratico. L’orizzonte spirituale e culturale è quindi segnato da una grande incertezza. Si ha come l’impressione che qualcosa debba accadere ma non si sa cosa. È evidente che sono venuti meno molti punti di riferimento perché il secolo scorso è riuscito a stravolgerli ed a distruggerli sia pure parzialmente. È necessario che siano i valori a guidare i mutamenti e non più gli apparati ideologici, è ai valori che si deve far riferimento per comprendere la complessità del presente.
La politica non ha alcuna possibilità di produrre cambiamenti nella società se si riduce solamente ad un insieme di persone che propongono esclusivamente soluzioni tecniche a problemi tecnici. I sistemi totalitari classici sono stati travolti dalla storia; emergono ora nuove insidie totalitarie che possono essere battute soltanto dall’affermazione delle identità fondate sui valori e sulle specificità culturali dei popoli. Secolarizzazione, materialismo pratico e relativismo etico sono le nuove forme di totalitarismo: prevedono un uomo unico, “l’uomo consumatore”. L’etica, invece, serve alla politica per fare della persona il cuore della società. L’origine della persona rimanda ad un principio etico-spirituale della vita, dunque non è semplicemente un essere biologico, ma dotato di un'anima e proiettato in una dimensione che supera le ristrettezze ed i confini della materialità. La politica deve credere nella persona. Il naturale completamento di ognuno risiede nella primaria forma di comunità storica: la famiglia, che nasce unicamente dall’incontro tra uomo e donna. Abbiamo poi dei corpi intermedi che con essa si raccordano fino ad arrivare alla nazione, che è la comunità più vasta nella quale si integrano gli interessi spirituali, morali e materiali di un popolo. Alain de Benoist, nel suo Le sfide della postmodernità afferma infatti che «i valori non sono oggetto di una scelta, né revocabili a volontà […] Nella concezione greco-cristiana l’io è anteriore ai fini che si dà e non è possibile concepire l’individuo al di fuori della sua comunità». Sembra una banalità, ma dopo la crisi delle ideologie che negavano radicalmente la nazione come comunità storicamente fondata, sono insorte forme contestative che tendono ugualmente a negare il concetto stesso di identità nazionale: il mondialismo, il pensiero unico, l’omologazione culturale.

4 gennaio 2011

A proposito di Cesare Battisti

....Ma Cesare Battisti non fu un patriota ? Nato a Trento il 1875-morto nel1916: cenni storici ricordano di lui che si dedicò, in Trentino e in Alto Adige, territori allora dell'Impero Austro-Ungarico, ad una intensa attività politica, conciliando gli ideali irredentisti e quelli socialisti.
Nel 1896 fondò il settimanale "L'avvenire del lavoratore". Si batté per la creazione di una università italiana a Trento. Nel 1911 fu eletto deputato al parlamento viennese. Nello stesso parlamento sostenne apertamente e con numerosi interventi l'impossibilità di una soluzione del problema trentino nel quadro dell'impero Asburgico. Scoppiato il primo conflitto mondiale, nel 1915 si arruolò in un reggimento di alpini in cui giunse al grado di capitano.
Fatto prigioniero dagli Austriaci, insieme a Fabio Filzi, sul monte Corno il 10 luglio 1916 fu riconosciuto, processato e in quanto cittadino austriaco condannato all'impiccagione, per tradimento, come disertore.
L'esecuzione ebbe luogo il 12 luglio 1916 nel castello del Buon Consiglio a Trento .

Ma oggi, anno 2011, balza ancora agli onori della cronaca, quasi a far sì che l'omonimo sia quello cui già titolammo scuole e vie, lo "scrittore" Cesare Battisti, "rifugiato politico" prima a Parigi dove era stato arrestato e dal Brasile oggi difeso e protetto da un pericoloso imbecille.
Ma cosa ha fatto di così onorevole il novello Cesare Battisti per essere al centro delle attenzioni internazionali, riassumiamo in breve la sua "storia", la sua vita che tanto interesse desta oggi occupando pagine sui giornali.
E' semplicemente un assassino, un volgare assassino al di là ed al di sopra delle motivazioni che in quegli anni di piombo portarono gruppi di persone appartenenti ad opposte fazioni politiche, le più estremamente opposte, a giustificare gli atti più efferati con la scusa della "rivoluzione". Ma quale è il concetto di rivoluzione e quale quello di rivoluzione armata? Difficile oggi rispondere, difficile farlo col senno del poi, rimane certa una condizione che diversifica i vari Battisti esuli-latitanti, dagli altri, meno noti, che hanno accettato la condanna che la giustizia ha imposto ed inferto e la stanno scontando o l'hanno scontata.
Improprio il confronto con Sofri che scrive e risponde da un carcere, mentre Battisti protetto dalla Francia giacobina prima e dal Brasile oggi lancia strali e parla all'Italia "borghese" come il peggior esponente di quella tanto esecrata "borghesia", dov'è lo spirito rivoluzionario, ammesso che egli ne conosca il significato?
Battisti è un borghese piccolo piccolo, scrittore "noir" attraverso quella mente criminale che è sua propria. Li scriva in galera i suoi libri, e forse li leggeremmo anche noi ......
Li leggeremmo, ma non come abbiamo letto e studiato i libri di Storia che ci hanno insegnato la figura di Cesare Battisti quello vero, ed è evidente che il confronto non regge, vorremmo tanto che i nostri figli e nipoti che continueranno a frequentare le scuole titolate a Cesare Battisti sappiano che è al primo che fanno riferimento, perché nella nostra epoca mass-mediatica tutto è il contrario di tutto, tutto è confusione... ed un caso di omonimia, rischia di confondere fatti e personaggi, rischia di mettere sullo stesso piano "normali" delinquenti con personaggi che hanno segnato la Storia d'Italia.

Dopo qualce mese di "silenzio tecnico", ho recuperato grazie a Blogger le mie credenziali e posso finalmente tornare ad aggiornare queste pagine. Ben ritrovati.

3 maggio 2010

Ritorno alla politica

È necessario chiedersi preliminarmente: a quale politica stiamo chiedendo ai cittadini di “ri-affezionarsi” ?
Non possiamo far altro che constatare come il distacco dei cittadini dalla politica sia causato in primis dallo smarrimento della politica stessa che non è più in grado di darsi dei punti di riferimento, e di conseguenza non può indicarne alla popolazione.
Questa concatenazione di fattori produce un disorientamento in cui non è più chiaro qual è l’orizzonte sul quale immaginare la costruzione del proprio avvenire. La realtà quotidiana ci dimostra infatti come l’interesse per la politica sia circoscritto e marginale, dal momento che i partiti spesso non agiscono nella società, ma soltanto al loro interno: sono forze autoreferenziali, segnate da lotte di potere che la gente percepisce con disgusto.
Dobbiamo oggi riaffermare la centralità della politica, ma per fare ciò dobbiamo dare di questa una nuova idea: fino a quando la politica sarà percepita dai cittadini come un arengo di disonesti che badano solo al proprio interesse o ai propri giochi di potere, fino a quando la politica rimarrà il luogo dell’incertezza e della confusione, fino a quando la politica sarà identificata con le campagne elettorali, nessuna attività di riaffermazione avrà successo. È necessario evitare che si affermi una politica senz’anima le cui avvisaglie si sono già abbondantemente manifestate, bisogna recuperare un protagonismo ed una responsabilizzazione dei soggetti, delle singole persone, delle famiglie e dei corpi intermedi. La nostra vuol essere un’azione volta a recuperare quell’entusiasmo e quella convinzione che, ormai da qualche tempo, stanno vacillando nel nostro mondo, riportando al centro dell’attività politica la forza delle idee e l’importanza dei principi e dei valori che le fondano. Bisogna che si ripensi una “cultura politica”: un partito non ha alcuna possibilità di produrre cambiamenti nella società se si riduce solamente ad un insieme, più o meno complicato, di persone che producono esclusivamente soluzioni tecniche a problemi tecnici.
Sentiamo l’esigenza di condurre una battaglia per la rimessa al centro dell’uomo, dell’etica, degli elementi strutturali che connotano una società civile e finalmente umanizzata. La politica deve guardare ai giovani, vedere in loro non degli strumenti passivi di partito, ma dei reali artefici della costruzione di quel rinnovamento del quale il Paese ha bisogno. Necessitiamo di una politica che stimoli i ragazzi, che si fidi di loro, che gli indichi la strada, ma che non abbia paura di vederli effettivamente camminare su questa via che è stata loro indicata.
Vogliamo una politica meritocratica, che faccia capire ai giovani che il lavoro paga sempre, che ad emergere sono le persone che si impegnano e che se lo meritano e non chi dalla politica pretende senza mai dare.

27 aprile 2010

Politica e Cultura

Quando scema il senso dell’appartenenza, dell’identità, delle radici, quando il sentimento di comunità si appanna in ragione delle esigenze egoistiche ed utilitaristiche, quando perfino una certa concezione etica della vita si assottiglia, c’è poco da sperare. Soltanto in una dimensione valoriale e culturale riconoscibile è possibile immaginare la restaurazione della politica. La crisi della politica stessa ha portato ad una società di consumatori al centro della quale vi è l’individuo in quanto consumatore sollecitato nell’ampliare i propri bisogni, e non la persona portatrice di valori. Le coscienze più vigili colgono nella decadenza le tracce di una barbarie dalla quale è sempre più difficile difendersi; oggi vi è il rifiuto del diritto naturale da parte di Parlamenti e Governi, anche a costo di snaturare l’identità dei popoli e delle nazioni. L’ideale moderno è fondato sul principio dell’irresponsabilità soggettiva e dell’arbitrio collettivo. I valori e la cultura devono perciò rappresentare le nostre bussole, in quanto nessun cambiamento è in grado di agire nel profondo se non è culturalmente motivato. La persona è il cuore della società: la sua origine rimanda ad un principio etico-spirituale della vita. L'uomo, fino a prova contraria, ha delle radici che non cambiano: il bisogno religioso, il bisogno di comunità; il bisogno di pensare ad alcuni principi di solidarietà e di identità collettiva, che non rincorra esclusivamente l’arricchimento o il successo personale e quindi materiale, ma la ricerca del primato dell’essere, il primato del trionfo della vita spirituale contrario ad ogni egoismo, ingiusto e sterile.

6 dicembre 2009

YOUTHTOPIA, che sorpresa da MTV...

Sono sempre stato un detrattore della MTV-generation, ma ammetto di essere stato piacevolmente colpito dai risultati dell'indagine condotta dal celebre network televisivo sui giovani europei. Proprio uno dei principali predicatori della demolizione dei principi etico morali dei giovani, si arrende davanti ad una generazione che sceglie impegno, onestà e famiglia.

Forse qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei miei coetanei...


I GIOVANI EUROPEI VISTI DA MTV.

Una vita poco spericolata, apparentemente libera da dipendenze da alcol e droga. Con l’amicizia e l’onestà tra i valori al primo posto e - come esempio - il modello familiare tradizionale. È la fotografia dei giovani europei secondo la ricerca Youthtopia, condotta da Mtv International . L’indagine è stata realizzata tra aprile ed agosto 2009. Ha coinvolto 7000 persone tra 16 e 34 anni in 7 Paesi europei, Regno Unito, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Grecia e Svezia.

Più conservatori:
La ricerca rileva che i giovani sembrano avere adottato un atteggiamento più conservatore su alcool e droghe rispetto alle generazioni precedenti. Inoltre ritengono che l’onestà sia un valore importante. Il 72% sceglie, condivide e rispetta il modello familiare tradizionale; mentre il 71% si considera non intruppato in etichette, libero quindi “di avere diritto a spostarsi da un gruppo all’altro e di controllare il proprio destino”.

L’etica del lavoro:
Il 72% dei 7000 giovani europei ha una grande opinione dell’etica del lavoro e “vede il fallimento come una conseguenza della pigrizia e dello scarso impegno”. Barack Obama è tra i personaggi più ammirati per la propria etica professionale. Inoltre, il 66% si sente outsider e ha l’aspirazione a fare grandi cose.

I nuovi comandamenti:
Mtv ha poi chiesto ai ragazzi di scrivere i “Dieci Comandamenti” e i “Sette Peccati Capitali” dell’età moderna. È subito emerso che, per tutti, i comandamenti sono più una lista di cose da “Fare” che da “Non fare”. E rispecchiano le loro tendenze: “Abbi fede in te stesso”, “Rispetta i tuoi genitori”, “Sii onesto”, “Lavora duro per arrivare al successo, ma non a discapito degli altri”, “Sii rispettoso delle differenze degli altri”, “Sii felice e ottimista, anche di fronte alle avversità”, “Crea, non distruggere”.

I “Peccati Capitali”:
I nuovi “Sette Peccati Capitali” sono invece razzismo, disonestà, bullismo, cupidigia, adulterio, rabbia, invidia.

16 novembre 2009

Daniela, Maometto e...

Possiamo discutere quanto vogliamo sulla durezza delle parole di Daniela Santanchè o sul fatto che forse lo stesso concetto poteva essere espresso diversamente (è stata lei stessa a dichiarare il giorno seguete che si trattava di una provocazione), ma di sicuro un certo perbenismo proprio del "politicamente corretto", che suggerisce prudenza ed ipocrisia in quantità industriali, crea più problemi di quanti vorrebbe risolverli ed è più preoccupante del fondamentalismo islamico o della Santanchè che perde le staffe. Ammiriamo il coraggio di Daniela, e capiamo la reazione di chi da quasi tre anni vive sotto scorta per aver aiutato donne islamiche a liberarsi dalle oppressioni del clan maschile, il coraggio di chi è stato condannato a morte in diretta televisiva, la reazione di chi è stata aggredita dalle stesse persone che una settimana dopo si sono fatte saltare in aria a Milano: io ero accanto a Lei e ho guardato negli occhi l’odio di quei musulmani… Insomma ben venga il coraggio di Daniela se chi è pacato non parla, sta zitto e lascia terreno al nemico...
Proprio in questi giorni mentre l’europa perde la sua identità culturale affidando alla sentenza di una corte il giudizio sulle proprie radici e sui propri simboli, l’esempio di Daniela dovrebbe far riflettere per la determinazione con cui difende e riafferma i principi fondanti del nostro continente.
N.B. Ricordiamo inoltre che la Santanché non è stata l’unica a definire pedofilo Maometto: vi sono precedenti illustri che guarda caso non hanno generato le stesse polemiche: niente poco di meno che Ayaan Hirsi Ali, in “Non Sottomessa” (Einaudi, con prefazione di Adriano Sofri) e in “Infedele” (Rizzoli); ma anche Bernard Lewis in “Semitismo e Antisemitismo” e Benny Morris in “Vittime”.

L'Europa censura il crocefisso e dimentica che...

Il 9 maggio 1950, Robert Schuman presentava la proposta di creare un'Europa unita indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano. A Strasburgo venne costituito il Consiglio d’Europa con l’incarico di porre le basi di una futura federazione. Sempre nel 1950, il Consiglio bandì un concorso per realizzare la bandiera della futura Europa unita. Arrivarono 101 bozzetti e venne scelto quello di un grafico alsaziano, Arsène Heitz. Il bozzetto piacque molto. Nel 1955, il Consiglio lo adottò ufficialmente, e la nuova bandiera venne diffusa in centinaia di migliaia di esemplari. Ma subito scoppiò lo scandalo. La bandiera era un perfetto simbolo mariano. E’ costituita, infatti, da 12 stelle poste in cerchio su sfondo azzurro. San Giovanni nell’Apocalisse, al capitolo 12, riferendosi alla Madonna, scrisse: “Apparve un segno grande nel cielo: una donna vestita di sole e sul suo capo una corona di dodici stelle”.E quella corona di dodici stelle divenne il simbolo della Vergine Maria. Simbolo che si vede in moltissime immagini realizzate lungo il corso dei secoli. Fu lo stesso Arsène Heitz a rivelare che per il bozzetto della bandiera europea si era ispirato al simbolo mariano delle dodici stelle. Raccontò che, quando seppe del concorso, stava leggendo la storia della “Medaglia miracolosa”. La “medaglia miracolosa” è un oggetto di devozione che risale al 1800. Una religiosa, Suor Caterina Labouré, oggi santa, viveva in un convento a Parigi e aveva delle visioni della Madonna. Un giorno, il 27 novembre 1830, la Vergine le chiese di far coniare una medaglia promettendo grazie a chi l’avrebbe tenuta con devozione, e fece vedere il bozzetto, come lei voleva la medaglia. La realizzazione fu piuttosto elaborata perché nessuno credeva alle parole della suorina, ma poi la medaglia venne coniata e diffusa in milioni di esemplari nel mondo. Tra i credenti è ancora un oggetto diffusissimo ed ha fama di essere veramente prodigiosa, per questo viene chiamata la “Medaglia miracolosa”. Quella storia colpì molto Arsène Heitz, cattolico e devoto della Madonna. Si procurò una di quelle medaglie e vide che da una parte è raffigurata la Vergine e sull’altra un cerchio di dodici stelle che racchiude un anagramma costituito da una “M” (Maria), un “I” Jesus, sormontati da una croce. Subito, come egli stesso raccontò, pensò di preparare un bozzetto per la bandiera europea con quel simbolo mariano: le 12 stelle, su sfondo azzurro, il colore del cielo, in modo che la Madonna potesse proteggere gli abitanti di questo nuovo grande Stato. La seduta solenne durante la quale la bandiera venne adottata si tenne guarda caso l'8 dicembre del 1955, il giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell'``Immacolata Concezione''.

21 settembre 2009

Giovani e politica. Ricostruire il dialogo attraverso i nuovi media

La politica ha una funzione fondamentale: costruire la fiducia, indicare la strada che ci porti verso il futuro, tenere accesa la speranza e dare soluzioni solide. Per farlo deve stare sempre a contatto con le persone, la loro vita e i loro problemi, deve parlare il linguaggio della gente.
Sempre più persone sono lontane dalla politica, disinteressate; spesso, come ha rivelato una ricerca di Mannheimer diffusa qualche mese fa, ne sono addirittura disgustate. L’aspetto più preoccupante e grave di questo fenomeno è il crescente numero dei giovani che guarda il mondo politico come una cosa con la quale non sporcarsi. Troppe promesse non mantenute da parte dei politici e i ragazzi oggi ne stanno facendo le spese: precariato, una politica giovanile praticamente inesistente, anni di scandali e corruzioni hanno creato un corto circuito in cui il passaggio di energia si è interrotto. L’incertezza del futuro ha così condotto le nuove generazioni ad un pessimismo tale, che, di fatto, si traduce in una rinuncia anticipata all’impegno, un’apatia verso la propria crescita, i propri desideri, “perché tanto non c’è speranza” in un mondo che comunque sembra non attenderli.
Ed è da qui che bisogna ricominciare: la società ha un bisogno vitale dei giovani, delle loro idee, della loro forza. E’ necessario che venga riconsegnata loro una visione positiva della vita, ideali e valori in cui credere, risposte concrete ed esempi a cui far riferimento… Abbiamo già parlato di questa frattura dalle pagine di Terre. Ma questo mese voglio concentrare la mia attenzione sulla strategia comuncativa per ripristinare il dialogo fra le nuove generazioni e i rappresentanti della politica. Questa distanza tra giovani e politica dipende infatti anche dal fatto che “il sistema” non parla più il loro linguaggio. I giovani oggi comunicano attraverso messaggi brevi, chiari, sintetici, precisi. Utilizzano email, sms e videomessaggi. Si informano su google, si danno appuntamento con messenger, si confidano nelle chat line, usano i blog per esprimersi, criticare, sostenere, analizzare. Invece, nell’era di internet, la politica si trova ancora all’epoca dell’aratro e – tranne rare eccezioni - continua a parlare un linguaggio distante anni luce da loro: quel politichese che nessuno usa più all’infuori di una ristretta cerchia di professionisti e burocrati. Se i giovani non ci capiscono la colpa non è loro. La colpa è nostra. Io sono convinto che la politica abbia disperatamente bisogno dell’entusiasmo e della freschezza dei giovani. Se i giovani tornano alla politica ci guadagniamo tutti, ci guadagna il Paese. Ma tocca ai politici farsi capire. Cambiare linguaggio, fare il primo passo. Per questo, un buon politico non può rinunciare ad utilizzare internet e la rete come strumento per avvicinare e coinvolgere alla militanza politica. Un utilizzo della rete “in grande”, all’americana, che mi ha davvero colpito per l’incisività e la capillarità è stato quello fatto dallo staff elettorale di Barack Obama, nuovo presidente USA. Nella sezione “issues” del suo sito c’era il suo programma, punto per punto, messo a confronto con il rivale McCain, ed ognuno di noi poteva andare a leggerlo. Internet è stato per loro un formidabile strumento di diffusione, conoscenza e organizzazione dei militanti e dei volontari: è l’immediatezza dell’informazione. Il fatto stesso che in rete ci si possa informare senza censure, si possa comunicare in modo diretto, si possano progettare incontri e manifestazioni, collaborare con altre persone su scala locale e internazionale è questo che rende internet potente. La sua efficacia è tanto potente che la rete stessa è usata – purtroppo con successo – anche da criminali senza scrupoli, da pedofili che cercano di incontrare e sedurre con l’inganno giovanissimi inconsapevoli; malati di mente che convincono le ragazze più suggestionabili a diventare anoressiche; terroristi che reclutano kamikaze, pianificano attentati. Oggi, senza la rete globale, questi criminali non sarebbero neppure in grado di organizzarsi e di agire con tanto successo. I politici hanno il dovere di conoscere e utilizzare questi nuovi strumenti per operare a fin di bene, promuovere campagne di sensibilizzazione, diffondere i valori positivi della democrazia e coinvolgere i nostri ragazzi in un’attività, la politica, che, anche se oggi si svolge con mezzi molto diversi dal passato, ha sempre lo stesso nobile scopo che aveva già nell’antica Grecia: fare in modo che sempre più persone si occupino della “cosa comune”, la “res pubblica”, e che un numero sempre maggiore di noi possa godere delle libertà e dei diritti che ancora oggi non sono per tutti. Grazie ad internet e ad una nuova ed inedita possibilità di dialogo e di confronto, i politici e i giovani cittadini hanno la possibilità di comunicare, di collaborare, di allearsi per risolvere i problemi veri del Paese e delle persone. Questo è l’uso che ho sempre fatto della rete, considerandola un mezzo e non un fine; perché anche questo è un modo per riavvicinare i giovani alla politica e per dare ai politici una nuova opportunità di dimostrare che insieme si può cambiare.

13 luglio 2009

Intervista su magentagiovani.it

INTERVISTA A DIEGO ZARNERI

di Claudio Peri

Con i suoi 27 anni è uno dei volti più giovani della politica di oggi. In questa intervista ci racconta come i ragazzi e la politica non siano due mondi inconciliabili, ma due elementi che assieme possono realizzare qualcosa di buono per tutti. Diego è vicepresidente del Movimento per l´Italia, l´abbiamo conosciuto una sera grazie all´amicizia di Irene Bertoglio. Quest´uomo mi ha davvero stupito, non solo per il numero di iniziative e associazioni importanti che lo vedono coinvolto o che lui stesso ha creato, ma anche per il costante impegno che ha sempre versato nel promuovere una politica che partisse da esigenze concrete, e che arrivasse in qualche modo a essere utile a tutti. E dai tempi in cui mise in piedi un super-servizio di diffusione delle dispense in Università, alla sua candidatura a Sindaco di Brescia a 26 anni, di strada ne ha fatta. Ora è il vice di Daniela Santanchè, all´interno del MPI, e alle nostre domande ci racconta il suo modo di far politica.

MSG: Cosa ti ha spinto e motivato a fare politica?
Diego: Questo mio interesse è nato attorno ai 16-17 anni, durante il liceo. A quei tempi frequentavo un istituto superiore fortemente politicizzato e ritenevo ingiusto che nell´insegnamento della storia ci venissero proposte rivisitazioni e falsificazioni in favore di una parte politica, a volte anche con argomenti assurdi. Questa cosa mi dava decisamente fastidio, ed è quindi dal senso di ingiustizia che è nato questo mio interesse. Il mio amore per la politica vera, tuttavia, è nato in Università, perché da un´idea che coinvolgeva la sfera personale, mi sono reso conto che potevo met
termi in gioco e diventare un punto di riferimento per persone che hanno a cuore i problemi concreti legati al mondo universitario. E quando riesci ad aggregare tante persone accomunate da questi bisogni e coscienti delle diversità della vita, a cui riesci a declinare i tuoi valori, ti accorgi che una volta all´interno dell´amministrazione la tua idea può davvero cambiare la società. O nel caso specifico di allora l´Università.

MSG: E´ incredibile come a 27 anni tu sia riuscito a raggiungere simili traguardi. La gente comune spesso vede il politico giovane come un ingenuo, un idealista, o semplice carne da macello per i vecchi squali. Credi che essere giovane sia davvero penalizzante, o che possa essere una risorsa in più per la res publica?
D: Bisogna scindere il discorso in due. Innanzitutto vediamo come i partiti guardano ai giovani: per loro sono una risorsa finché sono utili ai banchetti, nei volantinaggi o per i cartelloni, in pratica sono uno strumento. Arriva però il momento in cui il ragazzo cresce, e da strumento diventa ‘concorrente´, con una sua identità. Allora il partito ti relega in qualche movimento giovanile dicendoti che non puoi occuparti della vita politica in modo diretto. Non a caso la classe politica italiana è la più vecchia d´Europa, perché sistematicamente non viene dato spazio ai giovani. Per fare un esempio, quando vinsi le elezioni universitarie e la mia notorietà aumentava poco a poco, il più grande ostruzionismo alla mia crescita arrivò dal partito stesso.
L´altro punto di vista è invece quello dell´elettorato, che al contrario ha voglia di puntare sui giovani perché mentre la classe politica attuale è vista come ‘sporca´, poco propositiva e aggrappata alla poltrona, il giovane non può già essere corrotto dal sistema e l´elettore ci scommette volentieri, soprattutto gli anziani. E´ anche antitesi del prototipo di giovane svogliato e disinteressato
di oggi: alla gente fa piacere che i giovani facciano politica. In questo si nasconde il tranello della tendenza di oggi a candidare facce nuove per raccogliere consensi, guidate però dai soliti noti. Eppure un giovane può fare moltissimo per la politica; per il solo fatto che ha una vita davanti, ha anche interesse e attenzione per tutto ciò che riguarda il futuro.

MSG: Così però mi costringi al paragone con le chiacchierate ‘candidature di veline´. Tu che sei arrivato dove sei con impegno e voglia di fare...
D: E tante bastonate sui denti (ride)
MSG: ...Quelle soprattutto. Come vedi questi episodi nelle scorse elezioni di giovani candidate a quanto sembra per raccomandazione, o per il bel faccino?
Credo che qui il ragionamento da fare non sia più sulla politica ma sulla società, perché la politica è riflesso della società stessa. E nella società del Grande Fratello, anche la politica diventa spettacolo. Chiaramente per un giovane che fa politica con grande sacrificio e dedizione, fa un po´ specie vedere tanta gente di spettacolo entrare nelle liste come niente. Purtroppo
però è anche un po´ colpa dei giovani. Un cartello generazionale così radicato, che coinvolge tutti i partiti di destra e di sinistra, può essere incrinato solo da un´alleanza trasversale di giovani che indipendentemente dal partito chiedono di poter entrare nel mondo politico. Il che è molto difficile da realizzare, perché gli interessi di partito sono troppo determinanti. Quando cerchi il dialogo con la parte opposta cercando di risolvere assieme un problema comune, scatta l´ostruzione del partito. Io ho la fortuna di trovarmi all´interno di un movimento che va contro questa tendenza, e che al contrario è stato determinato così dai giovani che lo compongono.

MSG: Domanda da un milione di euro: cosa pensi della gioventù d´oggi?
D: Ho una pessima opinione. In una società che è ipergarantita nei confronti di chi è venuto prima, i giovani sono al contrario i più precari di tutti. E non reagiscono per niente, sembrano talmente non abituati a pensare che non si accorgono nemmeno della loro situazione. Sono pochi quelli che si accorgono che non avranno una pensione e provano a far politica, o fanno impresa. Non c´è classe dirigente né credito, per i giovani. Basti pensare che in Italia le banche e le aziende di credito non fanno finanziamenti all´idea, come accade in altri Paesi. Questo anche perché non c´è voglia di mettersi in gioco, non c´è inventiva. E´ necessario un movimento che richiami i giovani alle loro potenzialità e ai loro doveri. Ma non un movimento di protesta, tipo ‘68. Qualcosa che al contrario sia propositivo.

MSG: Interessante. Possiamo considerare quel periodo una causa dell´apatia giovanile odierna?
D: Certamente il ruolo che il ´68 ha giocato per arrivare alla situazione attuale è determinante, ha avuto conseguenze pesantissime, ma non è l´unica causa. Ad esempio non escludo che ci siano dei precisi disegni, alle spalle. Disegni dall´alto, che prevedano che i giovani non debbano ragionare. La società addomestica i ragazzi ad essere consumatori ed elettori. Individuare tutte le cause è quasi impossibile, quello che c´è da dire è che sarebbe ora di mettersi in moto per cambiare le cose.

MSG: Cosa consiglieresti a un giovane che sente il bisogno di un impegno politico, ma non sa da che parte cominciare?
D: Innanzitutto gli consiglio di cercare qualcuno che faccia la battaglia assieme a lui, perché oltre a darle un gusto del tutto diverso, ti rende anche più forte. E in secondo luogo di mettersi in discussione. Perché se non trova qualcosa che lo rappresenta, e capita spesso, provi a creare qualcosa di suo. Più che un´insegna di partito è importante che la vita politica prenda coscienza che c´è gente come te che è pronta a parteciparvi. Il partito viene di conseguenza.

Vedi qualche apertura, in questo senso? Qualche segnale che la situazione possa cambiare?
D: Senza dubbio la contingenza sociale ed economica è favorevole a un cambiamento. Potrei dire che questo è il momento giusto per muoversi e fare qualcosa. In un periodo di crisi economica, in cui sia le parti politiche che gli interessi economici vengono messi in discussione, è il momento migliore per proporre un cambiamento di schemi. Da parte nostra ci stiamo già muovendo per far ciò che questo si realizzi.


http://www.magentagiovani.it/pubblicazioni/news/news_dettaglio.asp?ID_M=74&ID=163&ID_MacroMenu=2

30 marzo 2009

Futurismo...

"I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure noi abbiamo gia' sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà ; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato...Guardateci ! Non siamo ancora spossati ! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza poichè sono nutriti di fuoco , di odio e di velocità !...ve ne stupite ?...E' logico poiche' voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto ! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle !

Ci opponete delle obiezioni ?...Basta!...Basta! Le conosciamo...abbiamo capito!...La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. Forse !...Sia pure ! ..ma che importa ?..Non vogliamo intendere!...Guai a chi ci ripetera' queste parole infami!...alzate la testa !

Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!"

14 marzo 2009

Italia 2009 quali speranze per i GIOVANI?

In Italia si può essere "apprendisti" fino a trent'anni; appartengono ai "giovani" industriali persone di quarant'anni; sono troppo "giovani" per far parte di élites accademiche studiosi di cinquant'anni; si chiamano "ragazzo" o "ragazza" persone di età matura. Ma nella realtà demografica i giovani sono diventati pochi: compiono oggi vent'anni meno di 600.000 giovani, ma erano 900.000 nel 1990. Pur essendo molti di meno, i giovani italiani percorrono assai più lentamente che in passato - e rispetto ai coetanei europei - le tappe che portano all'autonomia dell'età adulta. Completano gli studi, entrano nel mondo del lavoro, mettono su casa, formano la loro famiglia assai più tardi di prima. Pur vivendo bene, in larga misura grazie alle risorse dei genitori, contano poco nella società, nelle professioni, nella politica, nella ricerca, nelle imprese. Con pochi giovani, scarsamente valorizzati, il nostro paese appare stanco e incapace di slancio, e non all'altezza di uno scenario globale che non fa più sconti a nessuno. Eppure le soluzioni possibili non mancherebbero, intervenendo sul sistema educativo, sul mercato del lavoro, sulla previdenza e - in generale - attuando politiche capaci di smontare la sindrome del ritardo che attanaglia le nuove generazioni.

Prima della partenza per una importante e rischiosa spedizione militare, Alessandro Magno si informò sulla situazione dei suoi amici e distribuì loro una fattoria a questo, a quello un villaggio, a quell’altro le rendite di un borgo o di un porto. E quando già il complesso di tutti i beni regali era stato esaurito e assegnato, Perdicca gli disse: “ma a te, o Re, cosa riservi?”. Ed egli rispose: “la speranza”.

Per cambiare l’Italia, la nostra generazione deve abbandonare la ricerca spasmodica e frustrante delle certezze perdute. La strada è un’altra. Dobbiamo avere “la capacità di credere in ciò che ancora non si vede”, facendo nostro il messaggio chiave che Barack Obama ha proposto ad un’America confusa e sfiduciata.
Dobbiamo avere il coraggio di trasmettere all’intera società italiana e alle sue classi dirigenti i nostri valori, gli unici che potranno consentirci di interpretare il nuovo secolo.
-Il rischio, come leva prima dello sviluppo e dell’innovazione.
-Il nomadismo, come capacità inesausta di scoprire le capacità del mondo.
-Il pragmatismo, come rifiuto delle verità pre-confezionate.
-La trasversalità, come ricerca del confronto con l’altro.
-La flessibilità, come strumento per la crescita continua e per la ricerca della felicità individuale e collettiva.