Questo è un blog politico, ma non un sito di partito.
E' uno spazio di idee. Il mio.

Un modo per raccontarmi e un modo per ascoltare.
Un laboratorio per nuove sintesi, un'occasione di verifica continua..

3 maggio 2010

Ritorno alla politica

È necessario chiedersi preliminarmente: a quale politica stiamo chiedendo ai cittadini di “ri-affezionarsi” ?
Non possiamo far altro che constatare come il distacco dei cittadini dalla politica sia causato in primis dallo smarrimento della politica stessa che non è più in grado di darsi dei punti di riferimento, e di conseguenza non può indicarne alla popolazione.
Questa concatenazione di fattori produce un disorientamento in cui non è più chiaro qual è l’orizzonte sul quale immaginare la costruzione del proprio avvenire. La realtà quotidiana ci dimostra infatti come l’interesse per la politica sia circoscritto e marginale, dal momento che i partiti spesso non agiscono nella società, ma soltanto al loro interno: sono forze autoreferenziali, segnate da lotte di potere che la gente percepisce con disgusto.
Dobbiamo oggi riaffermare la centralità della politica, ma per fare ciò dobbiamo dare di questa una nuova idea: fino a quando la politica sarà percepita dai cittadini come un arengo di disonesti che badano solo al proprio interesse o ai propri giochi di potere, fino a quando la politica rimarrà il luogo dell’incertezza e della confusione, fino a quando la politica sarà identificata con le campagne elettorali, nessuna attività di riaffermazione avrà successo. È necessario evitare che si affermi una politica senz’anima le cui avvisaglie si sono già abbondantemente manifestate, bisogna recuperare un protagonismo ed una responsabilizzazione dei soggetti, delle singole persone, delle famiglie e dei corpi intermedi. La nostra vuol essere un’azione volta a recuperare quell’entusiasmo e quella convinzione che, ormai da qualche tempo, stanno vacillando nel nostro mondo, riportando al centro dell’attività politica la forza delle idee e l’importanza dei principi e dei valori che le fondano. Bisogna che si ripensi una “cultura politica”: un partito non ha alcuna possibilità di produrre cambiamenti nella società se si riduce solamente ad un insieme, più o meno complicato, di persone che producono esclusivamente soluzioni tecniche a problemi tecnici.
Sentiamo l’esigenza di condurre una battaglia per la rimessa al centro dell’uomo, dell’etica, degli elementi strutturali che connotano una società civile e finalmente umanizzata. La politica deve guardare ai giovani, vedere in loro non degli strumenti passivi di partito, ma dei reali artefici della costruzione di quel rinnovamento del quale il Paese ha bisogno. Necessitiamo di una politica che stimoli i ragazzi, che si fidi di loro, che gli indichi la strada, ma che non abbia paura di vederli effettivamente camminare su questa via che è stata loro indicata.
Vogliamo una politica meritocratica, che faccia capire ai giovani che il lavoro paga sempre, che ad emergere sono le persone che si impegnano e che se lo meritano e non chi dalla politica pretende senza mai dare.

27 aprile 2010

Politica e Cultura

Quando scema il senso dell’appartenenza, dell’identità, delle radici, quando il sentimento di comunità si appanna in ragione delle esigenze egoistiche ed utilitaristiche, quando perfino una certa concezione etica della vita si assottiglia, c’è poco da sperare. Soltanto in una dimensione valoriale e culturale riconoscibile è possibile immaginare la restaurazione della politica. La crisi della politica stessa ha portato ad una società di consumatori al centro della quale vi è l’individuo in quanto consumatore sollecitato nell’ampliare i propri bisogni, e non la persona portatrice di valori. Le coscienze più vigili colgono nella decadenza le tracce di una barbarie dalla quale è sempre più difficile difendersi; oggi vi è il rifiuto del diritto naturale da parte di Parlamenti e Governi, anche a costo di snaturare l’identità dei popoli e delle nazioni. L’ideale moderno è fondato sul principio dell’irresponsabilità soggettiva e dell’arbitrio collettivo. I valori e la cultura devono perciò rappresentare le nostre bussole, in quanto nessun cambiamento è in grado di agire nel profondo se non è culturalmente motivato. La persona è il cuore della società: la sua origine rimanda ad un principio etico-spirituale della vita. L'uomo, fino a prova contraria, ha delle radici che non cambiano: il bisogno religioso, il bisogno di comunità; il bisogno di pensare ad alcuni principi di solidarietà e di identità collettiva, che non rincorra esclusivamente l’arricchimento o il successo personale e quindi materiale, ma la ricerca del primato dell’essere, il primato del trionfo della vita spirituale contrario ad ogni egoismo, ingiusto e sterile.

6 dicembre 2009

YOUTHTOPIA, che sorpresa da MTV...

Sono sempre stato un detrattore della MTV-generation, ma ammetto di essere stato piacevolmente colpito dai risultati dell'indagine condotta dal celebre network televisivo sui giovani europei. Proprio uno dei principali predicatori della demolizione dei principi etico morali dei giovani, si arrende davanti ad una generazione che sceglie impegno, onestà e famiglia.

Forse qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei miei coetanei...


I GIOVANI EUROPEI VISTI DA MTV.

Una vita poco spericolata, apparentemente libera da dipendenze da alcol e droga. Con l’amicizia e l’onestà tra i valori al primo posto e - come esempio - il modello familiare tradizionale. È la fotografia dei giovani europei secondo la ricerca Youthtopia, condotta da Mtv International . L’indagine è stata realizzata tra aprile ed agosto 2009. Ha coinvolto 7000 persone tra 16 e 34 anni in 7 Paesi europei, Regno Unito, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Grecia e Svezia.

Più conservatori:
La ricerca rileva che i giovani sembrano avere adottato un atteggiamento più conservatore su alcool e droghe rispetto alle generazioni precedenti. Inoltre ritengono che l’onestà sia un valore importante. Il 72% sceglie, condivide e rispetta il modello familiare tradizionale; mentre il 71% si considera non intruppato in etichette, libero quindi “di avere diritto a spostarsi da un gruppo all’altro e di controllare il proprio destino”.

L’etica del lavoro:
Il 72% dei 7000 giovani europei ha una grande opinione dell’etica del lavoro e “vede il fallimento come una conseguenza della pigrizia e dello scarso impegno”. Barack Obama è tra i personaggi più ammirati per la propria etica professionale. Inoltre, il 66% si sente outsider e ha l’aspirazione a fare grandi cose.

I nuovi comandamenti:
Mtv ha poi chiesto ai ragazzi di scrivere i “Dieci Comandamenti” e i “Sette Peccati Capitali” dell’età moderna. È subito emerso che, per tutti, i comandamenti sono più una lista di cose da “Fare” che da “Non fare”. E rispecchiano le loro tendenze: “Abbi fede in te stesso”, “Rispetta i tuoi genitori”, “Sii onesto”, “Lavora duro per arrivare al successo, ma non a discapito degli altri”, “Sii rispettoso delle differenze degli altri”, “Sii felice e ottimista, anche di fronte alle avversità”, “Crea, non distruggere”.

I “Peccati Capitali”:
I nuovi “Sette Peccati Capitali” sono invece razzismo, disonestà, bullismo, cupidigia, adulterio, rabbia, invidia.

16 novembre 2009

Daniela, Maometto e...

Possiamo discutere quanto vogliamo sulla durezza delle parole di Daniela Santanchè o sul fatto che forse lo stesso concetto poteva essere espresso diversamente (è stata lei stessa a dichiarare il giorno seguete che si trattava di una provocazione), ma di sicuro un certo perbenismo proprio del "politicamente corretto", che suggerisce prudenza ed ipocrisia in quantità industriali, crea più problemi di quanti vorrebbe risolverli ed è più preoccupante del fondamentalismo islamico o della Santanchè che perde le staffe. Ammiriamo il coraggio di Daniela, e capiamo la reazione di chi da quasi tre anni vive sotto scorta per aver aiutato donne islamiche a liberarsi dalle oppressioni del clan maschile, il coraggio di chi è stato condannato a morte in diretta televisiva, la reazione di chi è stata aggredita dalle stesse persone che una settimana dopo si sono fatte saltare in aria a Milano: io ero accanto a Lei e ho guardato negli occhi l’odio di quei musulmani… Insomma ben venga il coraggio di Daniela se chi è pacato non parla, sta zitto e lascia terreno al nemico...
Proprio in questi giorni mentre l’europa perde la sua identità culturale affidando alla sentenza di una corte il giudizio sulle proprie radici e sui propri simboli, l’esempio di Daniela dovrebbe far riflettere per la determinazione con cui difende e riafferma i principi fondanti del nostro continente.
N.B. Ricordiamo inoltre che la Santanché non è stata l’unica a definire pedofilo Maometto: vi sono precedenti illustri che guarda caso non hanno generato le stesse polemiche: niente poco di meno che Ayaan Hirsi Ali, in “Non Sottomessa” (Einaudi, con prefazione di Adriano Sofri) e in “Infedele” (Rizzoli); ma anche Bernard Lewis in “Semitismo e Antisemitismo” e Benny Morris in “Vittime”.

L'Europa censura il crocefisso e dimentica che...

Il 9 maggio 1950, Robert Schuman presentava la proposta di creare un'Europa unita indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano. A Strasburgo venne costituito il Consiglio d’Europa con l’incarico di porre le basi di una futura federazione. Sempre nel 1950, il Consiglio bandì un concorso per realizzare la bandiera della futura Europa unita. Arrivarono 101 bozzetti e venne scelto quello di un grafico alsaziano, Arsène Heitz. Il bozzetto piacque molto. Nel 1955, il Consiglio lo adottò ufficialmente, e la nuova bandiera venne diffusa in centinaia di migliaia di esemplari. Ma subito scoppiò lo scandalo. La bandiera era un perfetto simbolo mariano. E’ costituita, infatti, da 12 stelle poste in cerchio su sfondo azzurro. San Giovanni nell’Apocalisse, al capitolo 12, riferendosi alla Madonna, scrisse: “Apparve un segno grande nel cielo: una donna vestita di sole e sul suo capo una corona di dodici stelle”.E quella corona di dodici stelle divenne il simbolo della Vergine Maria. Simbolo che si vede in moltissime immagini realizzate lungo il corso dei secoli. Fu lo stesso Arsène Heitz a rivelare che per il bozzetto della bandiera europea si era ispirato al simbolo mariano delle dodici stelle. Raccontò che, quando seppe del concorso, stava leggendo la storia della “Medaglia miracolosa”. La “medaglia miracolosa” è un oggetto di devozione che risale al 1800. Una religiosa, Suor Caterina Labouré, oggi santa, viveva in un convento a Parigi e aveva delle visioni della Madonna. Un giorno, il 27 novembre 1830, la Vergine le chiese di far coniare una medaglia promettendo grazie a chi l’avrebbe tenuta con devozione, e fece vedere il bozzetto, come lei voleva la medaglia. La realizzazione fu piuttosto elaborata perché nessuno credeva alle parole della suorina, ma poi la medaglia venne coniata e diffusa in milioni di esemplari nel mondo. Tra i credenti è ancora un oggetto diffusissimo ed ha fama di essere veramente prodigiosa, per questo viene chiamata la “Medaglia miracolosa”. Quella storia colpì molto Arsène Heitz, cattolico e devoto della Madonna. Si procurò una di quelle medaglie e vide che da una parte è raffigurata la Vergine e sull’altra un cerchio di dodici stelle che racchiude un anagramma costituito da una “M” (Maria), un “I” Jesus, sormontati da una croce. Subito, come egli stesso raccontò, pensò di preparare un bozzetto per la bandiera europea con quel simbolo mariano: le 12 stelle, su sfondo azzurro, il colore del cielo, in modo che la Madonna potesse proteggere gli abitanti di questo nuovo grande Stato. La seduta solenne durante la quale la bandiera venne adottata si tenne guarda caso l'8 dicembre del 1955, il giorno in cui la Chiesa celebra la festa dell'``Immacolata Concezione''.

21 settembre 2009

Giovani e politica. Ricostruire il dialogo attraverso i nuovi media

La politica ha una funzione fondamentale: costruire la fiducia, indicare la strada che ci porti verso il futuro, tenere accesa la speranza e dare soluzioni solide. Per farlo deve stare sempre a contatto con le persone, la loro vita e i loro problemi, deve parlare il linguaggio della gente.
Sempre più persone sono lontane dalla politica, disinteressate; spesso, come ha rivelato una ricerca di Mannheimer diffusa qualche mese fa, ne sono addirittura disgustate. L’aspetto più preoccupante e grave di questo fenomeno è il crescente numero dei giovani che guarda il mondo politico come una cosa con la quale non sporcarsi. Troppe promesse non mantenute da parte dei politici e i ragazzi oggi ne stanno facendo le spese: precariato, una politica giovanile praticamente inesistente, anni di scandali e corruzioni hanno creato un corto circuito in cui il passaggio di energia si è interrotto. L’incertezza del futuro ha così condotto le nuove generazioni ad un pessimismo tale, che, di fatto, si traduce in una rinuncia anticipata all’impegno, un’apatia verso la propria crescita, i propri desideri, “perché tanto non c’è speranza” in un mondo che comunque sembra non attenderli.
Ed è da qui che bisogna ricominciare: la società ha un bisogno vitale dei giovani, delle loro idee, della loro forza. E’ necessario che venga riconsegnata loro una visione positiva della vita, ideali e valori in cui credere, risposte concrete ed esempi a cui far riferimento… Abbiamo già parlato di questa frattura dalle pagine di Terre. Ma questo mese voglio concentrare la mia attenzione sulla strategia comuncativa per ripristinare il dialogo fra le nuove generazioni e i rappresentanti della politica. Questa distanza tra giovani e politica dipende infatti anche dal fatto che “il sistema” non parla più il loro linguaggio. I giovani oggi comunicano attraverso messaggi brevi, chiari, sintetici, precisi. Utilizzano email, sms e videomessaggi. Si informano su google, si danno appuntamento con messenger, si confidano nelle chat line, usano i blog per esprimersi, criticare, sostenere, analizzare. Invece, nell’era di internet, la politica si trova ancora all’epoca dell’aratro e – tranne rare eccezioni - continua a parlare un linguaggio distante anni luce da loro: quel politichese che nessuno usa più all’infuori di una ristretta cerchia di professionisti e burocrati. Se i giovani non ci capiscono la colpa non è loro. La colpa è nostra. Io sono convinto che la politica abbia disperatamente bisogno dell’entusiasmo e della freschezza dei giovani. Se i giovani tornano alla politica ci guadagniamo tutti, ci guadagna il Paese. Ma tocca ai politici farsi capire. Cambiare linguaggio, fare il primo passo. Per questo, un buon politico non può rinunciare ad utilizzare internet e la rete come strumento per avvicinare e coinvolgere alla militanza politica. Un utilizzo della rete “in grande”, all’americana, che mi ha davvero colpito per l’incisività e la capillarità è stato quello fatto dallo staff elettorale di Barack Obama, nuovo presidente USA. Nella sezione “issues” del suo sito c’era il suo programma, punto per punto, messo a confronto con il rivale McCain, ed ognuno di noi poteva andare a leggerlo. Internet è stato per loro un formidabile strumento di diffusione, conoscenza e organizzazione dei militanti e dei volontari: è l’immediatezza dell’informazione. Il fatto stesso che in rete ci si possa informare senza censure, si possa comunicare in modo diretto, si possano progettare incontri e manifestazioni, collaborare con altre persone su scala locale e internazionale è questo che rende internet potente. La sua efficacia è tanto potente che la rete stessa è usata – purtroppo con successo – anche da criminali senza scrupoli, da pedofili che cercano di incontrare e sedurre con l’inganno giovanissimi inconsapevoli; malati di mente che convincono le ragazze più suggestionabili a diventare anoressiche; terroristi che reclutano kamikaze, pianificano attentati. Oggi, senza la rete globale, questi criminali non sarebbero neppure in grado di organizzarsi e di agire con tanto successo. I politici hanno il dovere di conoscere e utilizzare questi nuovi strumenti per operare a fin di bene, promuovere campagne di sensibilizzazione, diffondere i valori positivi della democrazia e coinvolgere i nostri ragazzi in un’attività, la politica, che, anche se oggi si svolge con mezzi molto diversi dal passato, ha sempre lo stesso nobile scopo che aveva già nell’antica Grecia: fare in modo che sempre più persone si occupino della “cosa comune”, la “res pubblica”, e che un numero sempre maggiore di noi possa godere delle libertà e dei diritti che ancora oggi non sono per tutti. Grazie ad internet e ad una nuova ed inedita possibilità di dialogo e di confronto, i politici e i giovani cittadini hanno la possibilità di comunicare, di collaborare, di allearsi per risolvere i problemi veri del Paese e delle persone. Questo è l’uso che ho sempre fatto della rete, considerandola un mezzo e non un fine; perché anche questo è un modo per riavvicinare i giovani alla politica e per dare ai politici una nuova opportunità di dimostrare che insieme si può cambiare.

13 luglio 2009

Intervista su magentagiovani.it

INTERVISTA A DIEGO ZARNERI

di Claudio Peri

Con i suoi 27 anni è uno dei volti più giovani della politica di oggi. In questa intervista ci racconta come i ragazzi e la politica non siano due mondi inconciliabili, ma due elementi che assieme possono realizzare qualcosa di buono per tutti. Diego è vicepresidente del Movimento per l´Italia, l´abbiamo conosciuto una sera grazie all´amicizia di Irene Bertoglio. Quest´uomo mi ha davvero stupito, non solo per il numero di iniziative e associazioni importanti che lo vedono coinvolto o che lui stesso ha creato, ma anche per il costante impegno che ha sempre versato nel promuovere una politica che partisse da esigenze concrete, e che arrivasse in qualche modo a essere utile a tutti. E dai tempi in cui mise in piedi un super-servizio di diffusione delle dispense in Università, alla sua candidatura a Sindaco di Brescia a 26 anni, di strada ne ha fatta. Ora è il vice di Daniela Santanchè, all´interno del MPI, e alle nostre domande ci racconta il suo modo di far politica.

MSG: Cosa ti ha spinto e motivato a fare politica?
Diego: Questo mio interesse è nato attorno ai 16-17 anni, durante il liceo. A quei tempi frequentavo un istituto superiore fortemente politicizzato e ritenevo ingiusto che nell´insegnamento della storia ci venissero proposte rivisitazioni e falsificazioni in favore di una parte politica, a volte anche con argomenti assurdi. Questa cosa mi dava decisamente fastidio, ed è quindi dal senso di ingiustizia che è nato questo mio interesse. Il mio amore per la politica vera, tuttavia, è nato in Università, perché da un´idea che coinvolgeva la sfera personale, mi sono reso conto che potevo met
termi in gioco e diventare un punto di riferimento per persone che hanno a cuore i problemi concreti legati al mondo universitario. E quando riesci ad aggregare tante persone accomunate da questi bisogni e coscienti delle diversità della vita, a cui riesci a declinare i tuoi valori, ti accorgi che una volta all´interno dell´amministrazione la tua idea può davvero cambiare la società. O nel caso specifico di allora l´Università.

MSG: E´ incredibile come a 27 anni tu sia riuscito a raggiungere simili traguardi. La gente comune spesso vede il politico giovane come un ingenuo, un idealista, o semplice carne da macello per i vecchi squali. Credi che essere giovane sia davvero penalizzante, o che possa essere una risorsa in più per la res publica?
D: Bisogna scindere il discorso in due. Innanzitutto vediamo come i partiti guardano ai giovani: per loro sono una risorsa finché sono utili ai banchetti, nei volantinaggi o per i cartelloni, in pratica sono uno strumento. Arriva però il momento in cui il ragazzo cresce, e da strumento diventa ‘concorrente´, con una sua identità. Allora il partito ti relega in qualche movimento giovanile dicendoti che non puoi occuparti della vita politica in modo diretto. Non a caso la classe politica italiana è la più vecchia d´Europa, perché sistematicamente non viene dato spazio ai giovani. Per fare un esempio, quando vinsi le elezioni universitarie e la mia notorietà aumentava poco a poco, il più grande ostruzionismo alla mia crescita arrivò dal partito stesso.
L´altro punto di vista è invece quello dell´elettorato, che al contrario ha voglia di puntare sui giovani perché mentre la classe politica attuale è vista come ‘sporca´, poco propositiva e aggrappata alla poltrona, il giovane non può già essere corrotto dal sistema e l´elettore ci scommette volentieri, soprattutto gli anziani. E´ anche antitesi del prototipo di giovane svogliato e disinteressato
di oggi: alla gente fa piacere che i giovani facciano politica. In questo si nasconde il tranello della tendenza di oggi a candidare facce nuove per raccogliere consensi, guidate però dai soliti noti. Eppure un giovane può fare moltissimo per la politica; per il solo fatto che ha una vita davanti, ha anche interesse e attenzione per tutto ciò che riguarda il futuro.

MSG: Così però mi costringi al paragone con le chiacchierate ‘candidature di veline´. Tu che sei arrivato dove sei con impegno e voglia di fare...
D: E tante bastonate sui denti (ride)
MSG: ...Quelle soprattutto. Come vedi questi episodi nelle scorse elezioni di giovani candidate a quanto sembra per raccomandazione, o per il bel faccino?
Credo che qui il ragionamento da fare non sia più sulla politica ma sulla società, perché la politica è riflesso della società stessa. E nella società del Grande Fratello, anche la politica diventa spettacolo. Chiaramente per un giovane che fa politica con grande sacrificio e dedizione, fa un po´ specie vedere tanta gente di spettacolo entrare nelle liste come niente. Purtroppo
però è anche un po´ colpa dei giovani. Un cartello generazionale così radicato, che coinvolge tutti i partiti di destra e di sinistra, può essere incrinato solo da un´alleanza trasversale di giovani che indipendentemente dal partito chiedono di poter entrare nel mondo politico. Il che è molto difficile da realizzare, perché gli interessi di partito sono troppo determinanti. Quando cerchi il dialogo con la parte opposta cercando di risolvere assieme un problema comune, scatta l´ostruzione del partito. Io ho la fortuna di trovarmi all´interno di un movimento che va contro questa tendenza, e che al contrario è stato determinato così dai giovani che lo compongono.

MSG: Domanda da un milione di euro: cosa pensi della gioventù d´oggi?
D: Ho una pessima opinione. In una società che è ipergarantita nei confronti di chi è venuto prima, i giovani sono al contrario i più precari di tutti. E non reagiscono per niente, sembrano talmente non abituati a pensare che non si accorgono nemmeno della loro situazione. Sono pochi quelli che si accorgono che non avranno una pensione e provano a far politica, o fanno impresa. Non c´è classe dirigente né credito, per i giovani. Basti pensare che in Italia le banche e le aziende di credito non fanno finanziamenti all´idea, come accade in altri Paesi. Questo anche perché non c´è voglia di mettersi in gioco, non c´è inventiva. E´ necessario un movimento che richiami i giovani alle loro potenzialità e ai loro doveri. Ma non un movimento di protesta, tipo ‘68. Qualcosa che al contrario sia propositivo.

MSG: Interessante. Possiamo considerare quel periodo una causa dell´apatia giovanile odierna?
D: Certamente il ruolo che il ´68 ha giocato per arrivare alla situazione attuale è determinante, ha avuto conseguenze pesantissime, ma non è l´unica causa. Ad esempio non escludo che ci siano dei precisi disegni, alle spalle. Disegni dall´alto, che prevedano che i giovani non debbano ragionare. La società addomestica i ragazzi ad essere consumatori ed elettori. Individuare tutte le cause è quasi impossibile, quello che c´è da dire è che sarebbe ora di mettersi in moto per cambiare le cose.

MSG: Cosa consiglieresti a un giovane che sente il bisogno di un impegno politico, ma non sa da che parte cominciare?
D: Innanzitutto gli consiglio di cercare qualcuno che faccia la battaglia assieme a lui, perché oltre a darle un gusto del tutto diverso, ti rende anche più forte. E in secondo luogo di mettersi in discussione. Perché se non trova qualcosa che lo rappresenta, e capita spesso, provi a creare qualcosa di suo. Più che un´insegna di partito è importante che la vita politica prenda coscienza che c´è gente come te che è pronta a parteciparvi. Il partito viene di conseguenza.

Vedi qualche apertura, in questo senso? Qualche segnale che la situazione possa cambiare?
D: Senza dubbio la contingenza sociale ed economica è favorevole a un cambiamento. Potrei dire che questo è il momento giusto per muoversi e fare qualcosa. In un periodo di crisi economica, in cui sia le parti politiche che gli interessi economici vengono messi in discussione, è il momento migliore per proporre un cambiamento di schemi. Da parte nostra ci stiamo già muovendo per far ciò che questo si realizzi.


http://www.magentagiovani.it/pubblicazioni/news/news_dettaglio.asp?ID_M=74&ID=163&ID_MacroMenu=2

30 marzo 2009

Futurismo...

"I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure noi abbiamo gia' sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà ; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato...Guardateci ! Non siamo ancora spossati ! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza poichè sono nutriti di fuoco , di odio e di velocità !...ve ne stupite ?...E' logico poiche' voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto ! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle !

Ci opponete delle obiezioni ?...Basta!...Basta! Le conosciamo...abbiamo capito!...La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. Forse !...Sia pure ! ..ma che importa ?..Non vogliamo intendere!...Guai a chi ci ripetera' queste parole infami!...alzate la testa !

Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!"

14 marzo 2009

Italia 2009 quali speranze per i GIOVANI?

In Italia si può essere "apprendisti" fino a trent'anni; appartengono ai "giovani" industriali persone di quarant'anni; sono troppo "giovani" per far parte di élites accademiche studiosi di cinquant'anni; si chiamano "ragazzo" o "ragazza" persone di età matura. Ma nella realtà demografica i giovani sono diventati pochi: compiono oggi vent'anni meno di 600.000 giovani, ma erano 900.000 nel 1990. Pur essendo molti di meno, i giovani italiani percorrono assai più lentamente che in passato - e rispetto ai coetanei europei - le tappe che portano all'autonomia dell'età adulta. Completano gli studi, entrano nel mondo del lavoro, mettono su casa, formano la loro famiglia assai più tardi di prima. Pur vivendo bene, in larga misura grazie alle risorse dei genitori, contano poco nella società, nelle professioni, nella politica, nella ricerca, nelle imprese. Con pochi giovani, scarsamente valorizzati, il nostro paese appare stanco e incapace di slancio, e non all'altezza di uno scenario globale che non fa più sconti a nessuno. Eppure le soluzioni possibili non mancherebbero, intervenendo sul sistema educativo, sul mercato del lavoro, sulla previdenza e - in generale - attuando politiche capaci di smontare la sindrome del ritardo che attanaglia le nuove generazioni.

Prima della partenza per una importante e rischiosa spedizione militare, Alessandro Magno si informò sulla situazione dei suoi amici e distribuì loro una fattoria a questo, a quello un villaggio, a quell’altro le rendite di un borgo o di un porto. E quando già il complesso di tutti i beni regali era stato esaurito e assegnato, Perdicca gli disse: “ma a te, o Re, cosa riservi?”. Ed egli rispose: “la speranza”.

Per cambiare l’Italia, la nostra generazione deve abbandonare la ricerca spasmodica e frustrante delle certezze perdute. La strada è un’altra. Dobbiamo avere “la capacità di credere in ciò che ancora non si vede”, facendo nostro il messaggio chiave che Barack Obama ha proposto ad un’America confusa e sfiduciata.
Dobbiamo avere il coraggio di trasmettere all’intera società italiana e alle sue classi dirigenti i nostri valori, gli unici che potranno consentirci di interpretare il nuovo secolo.
-Il rischio, come leva prima dello sviluppo e dell’innovazione.
-Il nomadismo, come capacità inesausta di scoprire le capacità del mondo.
-Il pragmatismo, come rifiuto delle verità pre-confezionate.
-La trasversalità, come ricerca del confronto con l’altro.
-La flessibilità, come strumento per la crescita continua e per la ricerca della felicità individuale e collettiva.

24 dicembre 2008

Auguri di Buon Natale e un pensiero all'Europa...

E' la prima volta che ho l'opportunità di utilizzare un blog per fare gli auguri di Natale... Ho sempre pensato che alcuni sentimenti meritino una dimensione privata per essere percepiti autentici... Ma voglio provare ad affidare a queste pagine un nuovo modo di augurare buon Natale a tutti gli avventori di questo blog, amici cari e conoscenti, fedeli lettori e visitatori accidentali, interessati o semplici curiosi...
Proprio in questi giorni ho avuto modo di recuperare dei vecchi appunti è rileggendoli è nato un ragionamento sul significato del Santo Natale, fra tradizione e comune momento spirituale, alcune considerazioni sui valori non negoziabili nella società moderna, con un inevitabile riferimento al rapporto tra Europa, Fede e Ragione, che vi propongo in sintesi....
Questo Natale offre infatti l'occasione di aprire una riflessione sulla deriva relativista della società moderna, alla ricerca di punti di riferimento imprescindibili.
Al centro del ragionamento dobbiamo porre, per il nostro continente, delle fondamenta culturali certe e riconosciute. Fondamenta che non possono non essere che la religione cristiana, il diritto romano e la filosofia greca. Capisaldi alla base dell’evoluzione culturale dell’Europa e della genesi dei suoi valori tradizionali.
Il legame tra Fede e Ragione, fra cultura europea e religione cristiana, è inscindibile e deve tornare ad essere un punto di riferimento per una società in crisi valoriale e di identità. L’occidente deve la sua stessa natura a questo legame. Punto di riferimento fondamentale per un’'Europa che si ritrova a dover fronteggiare situazioni e fenomeni inediti quali il relativismo, il secolarismo, l'edonismo, il nichilismo, l'individualismo, e il diffuso benessere che anestetizza l'uomo. Risposte per un popolo che, dimenticando la propria identità e le proprie tradizioni, sta svanendo nel nulla.
In un contesto geopolitico così difficile, ritengo fondamentale che l’Europa e l’occidente rifondino le loro certezze proprio sui valori della propria storia. L'Europa deve recuperare la propria anima. Non può fondarsi solo sulla moneta unica rimanendo un’espressione geografico-mercantile, poiché la sua vera ricchezza sono le persone. Si auspica un nuovo umanesimo che riponga al centro l'uomo.
L'Europa, oggi attraversata da un vuoto abissale, ha perduto i suoi valori e con essi la sua identità. L'Europa ha maturato nei secoli un particolare senso di rispetto della vita, dall'alba al tramonto.
Oggi però pornografia, pedofilia, embrioni inceneriti, eutanasia, ecc. stanno negando i valori che la contraddistinguevano. L’identità europea nasce dalla famiglia, oggi snaturata ed equiparata alle varie forme di convivenza. È il primo valore da recuperare per arginare e risanare la corruzione dilagante.
“Vivere è costruire la speranza, condizione fondamentale per guardare al futuro, è la virtù dei tempi difficili”. È tempo di rimettere l'uomo al centro, è tempo di divenire una presenza costruttiva nella società.

Buon Natale...

18 dicembre 2008

In viaggio... Ragionando sul senso del tempo.

Viaggiando verso il sud di questa nostra meravigliosa terra, immergendomi nel calore di tinte diverse, lasciandomi afferrare dall'inconsueto mi accorgo che qui si vive un tempo differente.
Mi abbandono fra le braccia della mollezza calda di un respiro barocco. Osservo la vita attorno a me e mi domando che cos'è il tempo. Provengo da un mondo dove la vita è espressa in funzione degli impegni, tutto è compresso, spinto, tirato in minuzie di tempo e in tutto questo correre davanti ad esso sfuggiamo alla vita. Giungiamo "per tempo" agli appuntamenti del quotidiano vivere perchè è necessario ottimizzare tutto e quando un imprevisto si pone tra noi e la successione degli istanti, si rompe quel meccanismo costruito con fragili ingranaggi lasciandoci interdetti nella nostra stessa frustrazione. Qui è tutto diverso le persone vivono. Vivono lasciando che il tempo scivoli loro addosso ed esso si dilata, si espande, le ore di una giornata si allargano nei loro precisi, ma soggettivi, sessanta minuti. Il camminare delle persone nel centro cittadino è accondiscendente nei confronti dei loro stessi passi, non è un trascinarsi molle e vizioso, no, è un assaporare la meta o un vagare dilettevole. Il tempo qui è fisiologico, ognuno lo affronta a suo modo perchè non è la scarna e nuda durata degli eventi, ma l'effettiva considerazione di essi. La rilassatezza che si raggiunge nel non accondiscendere ad un ritmo sincopato, l'escludere sé stessi dalle costrizioni del tempo indotto attrae la vita a noi, ci restituisce ciò che è nostro di diritto, l'unica cosa che dà senso al nostro vivere, noi, abituati a sopravvivere. La cosa che più stupisce uno sprovveduto in materia come me è che qui, le genti non sono consapevoli della loro capacità di controllare il movimento delle lancette dell'orologio, per loro è naturale come il sole che qui sorge prima la mattina e che va a riposare presto alla sera. Non è necessario disturbare Parmenide per il quale "il mutamento è una mera illusione"; Zenone che nei "paradossi" ci erudisce che il movimento è formato da istanti di immobilità; Kant che concepisce il tempo come una "forma a priori della sensibilità" o Einstein con la sua "teoria della relatività". Quando noi, genti possedute dal tempo, siamo ancora alacri nel ritardato vespro, qui, le genti dominatrici del tempo si dilettano a guardare il cielo non chiedendosi come sarà domani perchè sicuramente il domani giungerà con tanto, tanto tempo tutto per loro.

Tornerò nel mio mondo e dimenticherò temporaneamente questo morbido vivere perchè mi lascerò trascinare da quella marea di stolti che, come me, si sveglieranno una mattina con il capo canuto e si domanderanno il motivo di quel, per loro repentino e immotivato, imbiancamento.

10 novembre 2008

STUDENTI IN PROTESTA? La comodità del 68'

Noi non vogliamo spostare le lancette dell'orologio indietro fino al 67, ma riteniamo che il “sessantottismo”, cioè quel particolare modo di intendere la società e l'università nato nel ‘68, abbia prodotto, alla lunga, più danni che benefici. La mentalità del “18 politico”, la deresponsabilizzazione totale dello studente, l'annichilimento della meritocrazia: sono tutti effetti collaterali chiaramente derivanti da quella stagione. Effetti che hanno logorato pian piano, fino a demolirla, l'Università italiana. Hanno trasformato la nostra generazione nell'infanzia viziata dell'occidente, quella a cui tutto è dovuto, quella che pretende tutto e lo pretende subito: i sessantottini hanno oKKupato cattedre e giornali, hanno determinato il senso comune da tribune politiche e organi di informazione, hanno creato il mito della gioventù come categoria dello spirito condannando noi, giovani anagraficamente, ad un'eterna adolescenza. Il sessantottismo ha distrutto il ruolo di fucina della classe dirigente tipico delle Università, svuotandole della loro intrinseca energia culturale, ed ha trasformato gli Atenei in un parcheggio privo di dignità per le forze più sane del paese. L'errore più grave che la nostra generazione può commettere, la trappola più insidiosa in cui può cadere, è quella di ripetere, a quarant'anni di distanza, gli stessi slogan sessantottini, è farsi carico delle stesse parole d'ordine. Sarebbe un errore grave perché si tratterebbe di una battaglia conservatrice: l'Università italiana è già oggi come l'avevano immaginata nel 68! Purtroppo per noi…” da L’Occidentale – orientamento quotidiano

Non abbiamo finito di dire che di ’68 et similia ne abbiamo pieni i "cosiddetti" che, come il trillo di un orologio svizzero, ecco che il tormentone ci viene puntualmente riproposto. “Aria di sessantotto” è il ritornello trionfale che agita i giovani (alcuni giovani) nelle piazze: che bello, le coscienze si destano, i cuori tornano a vibrare, si ricaricano le pile dei megafoni, si rispolverano dai vecchi armadi le divise d’ordinanza. E non si parla d’altro. Evidentemente è una penitenza divina che dobbiamo pagare, non c’è niente da fare per evitarlo. L’unico modo, magari si potesse, sarebbe vietare nelle scuole ogni libro e ogni lettura relativa a quegli anni, una bella censura che riesca a cancellare per sempre quegli slogan e quelle parole d’ordine. Ma si tratta di utopia e l’accusa di censura regimentale è sempre dietro l’angolo… Eppure sarebbe davvero l’unica soluzione. Perché, ma basta, ci siamo stufati di urlarlo, noi per la nostra storia non siamo figli consapevoli, ma schiavi inermi quando non clienti pronti a metterci in fila di fronte alle prime convocazioni. La nostra storia è quella di uno studente brillante, nato all’inizio degli anni ’50. L’oratorio, poi il liceo, quindi il salto all’Università. Il nostro studentello diventa grande, matura ed è consapevole: tra un esame e l’altro riflette sul mondo che sta costruendo e su ciò che c’è intorno a lui. Sono in tanti a riflettere e l’esito è uno e uno solo: il mondo va cambiato. L’Università è vecchia, bigotta, va riformata. E allora il nostro studente si mobilita, studia, alza la testa di fronte a quelli che definisce i baroni universitari, irrompe nel sistema e lo sradica, lui come tanti altri che riempiono le piazze e occupano le università. Il nostro studente cambia il mondo, o almeno l’Italia: basta strapotere dei baronati, l’Università è degli studenti, la cultura è libera nell’anima e non vuole padri nè padroni. Gli anni dell’Università sono entusiasmanti, tra manifestazioni, assemblee, slogan che rimarranno nella storia e ottimi voti sul libretto. Poi arriva la laurea. Il nostro studente decide che l’Università gli piace a tal punto che vuole rimanerci e diventare un grande docente. Si sente bravo, sa che ce la farà. Solo che mentre studia da professore del futuro, si accorge che i baronati non sono stati sconfitti del tutto. Già, forse non si respira più nelle aule quel terribile clima di autoritarismo inflessibile, ma i baroni e i baronati ci sono ancora, eccome se ci sono. Ed è così che il nostro studente, dopo essere stato per qualche anno alle dipendenze del sopravvissuto barone di turno, decide che in fin dei conti i privilegi garantiti da quel titolo nobiliare non sono poi tanto male. L’importante è condirli con qualche libro sul ’68, ogni tanto, l’importante è prendere qualche posizione netta e intransigente, per esempio quando un Papa vuole invadere l’Università, l’importante è invitare qualche ex compagno di lotte di piazza in occasione di qualche bel convegno. Per il resto, la vita, anche quella accademica, va avanti senza scossoni. Il nostro studente assume dunque le sembianze del baronetto, quindi, quando i tempi sono maturi, del barone. E tutte le lotte che ha vissuto nella vita precedente? Mica sono da buttare, ci mancherebbe: tornano spesso utili, soprattutto quando a qualche ficcanaso viene in mente di discutere sui presunti privilegi dei docenti universitari. Ecco che in queste occasioni, il nostro studente ora barone, insieme ai suoi amici, parla di attacco al cuore dell’Università, ricorda a tutti quanto lui ha lottato per creare questa Università e invita gli studenti a mobilitarsi in sua difesa. Il nostro studente quindi è partito dal ’68 e torna al ’68, questa volta però in giacca e cravatta, dietro una bella scrivania in uno studio a causa del quale arriva spesso in ritardo di un quarto d’ora alle lezioni che deve tenere. E’ questa la differenza sostanziale tra il ’68 di ieri e quello presunto di oggi. Allora, nel bene e nel male, è stato un movimento spontaneo di studenti che desideravano un approccio più libero e consapevole alla cultura, e vedeva gli studenti contro i privilegi della classe docente. Dei risultati ottenuti non è questa la sede per discutere anche se la citazione che accompagna questo articolo ben rappresenta il mio giudizio. Quello presunto di oggi non è altro che la solita “clava” strumentale che qualcuno tira fuori per riconquistare spazi politici che non ci sono più. Il 68 del 2008 vede gli studenti difendere i privilegi e gli sprechi, ma che rivoluzione è? Serve invece un cambio di rotta. Uno strappo netto col passato. Un'affermazione rivoluzionaria: basta cialtronate, basta egualitarismo, basta pappe pronte! Basta sprechi, basta proteste telecomandate, basta professori incapaci! Vogliamo una rivoluzione nel nome del merito e della qualità!