Questo è un blog politico, ma non un sito di partito.
E' uno spazio di idee. Il mio.
Un modo per raccontarmi e un modo per ascoltare.
Un laboratorio per nuove sintesi, un'occasione di verifica continua..
27 aprile 2010
Politica e Cultura
6 dicembre 2009
YOUTHTOPIA, che sorpresa da MTV...
Forse qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei miei coetanei...
I GIOVANI EUROPEI VISTI DA MTV.
Una vita poco spericolata, apparentemente libera da dipendenze da alcol e droga. Con l’amicizia e l’onestà tra i valori al primo posto e - come esempio - il modello familiare tradizionale. È la fotografia dei giovani europei secondo la ricerca Youthtopia, condotta da Mtv International . L’indagine è stata realizzata tra aprile ed agosto 2009. Ha coinvolto 7000 persone tra 16 e 34 anni in 7 Paesi europei, Regno Unito, Germania, Italia, Olanda, Polonia, Grecia e Svezia.
Più conservatori:
La ricerca rileva che i giovani sembrano avere adottato un atteggiamento più conservatore su alcool e droghe rispetto alle generazioni precedenti. Inoltre ritengono che l’onestà sia un valore importante. Il 72% sceglie, condivide e rispetta il modello familiare tradizionale; mentre il 71% si considera non intruppato in etichette, libero quindi “di avere diritto a spostarsi da un gruppo all’altro e di controllare il proprio destino”.
L’etica del lavoro:
Il 72% dei 7000 giovani europei ha una grande opinione dell’etica del lavoro e “vede il fallimento come una conseguenza della pigrizia e dello scarso impegno”. Barack Obama è tra i personaggi più ammirati per la propria etica professionale. Inoltre, il 66% si sente outsider e ha l’aspirazione a fare grandi cose.
I nuovi comandamenti:
Mtv ha poi chiesto ai ragazzi di scrivere i “Dieci Comandamenti” e i “Sette Peccati Capitali” dell’età moderna. È subito emerso che, per tutti, i comandamenti sono più una lista di cose da “Fare” che da “Non fare”. E rispecchiano le loro tendenze: “Abbi fede in te stesso”, “Rispetta i tuoi genitori”, “Sii onesto”, “Lavora duro per arrivare al successo, ma non a discapito degli altri”, “Sii rispettoso delle differenze degli altri”, “Sii felice e ottimista, anche di fronte alle avversità”, “Crea, non distruggere”.
I “Peccati Capitali”:
I nuovi “Sette Peccati Capitali” sono invece razzismo, disonestà, bullismo, cupidigia, adulterio, rabbia, invidia.
16 novembre 2009
Daniela, Maometto e...
L'Europa censura il crocefisso e dimentica che...
21 settembre 2009
Giovani e politica. Ricostruire il dialogo attraverso i nuovi media
Sempre più persone sono lontane dalla politica, disinteressate; spesso, come ha rivelato una ricerca di Mannheimer diffusa qualche mese fa, ne sono addirittura disgustate. L’aspetto più preoccupante e grave di questo fenomeno è il crescente numero dei giovani che guarda il mondo politico come una cosa con la quale non sporcarsi. Troppe promesse non mantenute da parte dei politici e i ragazzi oggi ne stanno facendo le spese: precariato, una politica giovanile praticamente inesistente, anni di scandali e corruzioni hanno creato un corto circuito in cui il passaggio di energia si è interrotto. L’incertezza del futuro ha così condotto le nuove generazioni ad un pessimismo tale, che, di fatto, si traduce in una rinuncia anticipata all’impegno, un’apatia verso la propria crescita, i propri desideri, “perché tanto non c’è speranza” in un mondo che comunque sembra non attenderli.
Ed è da qui che bisogna ricominciare: la società ha un bisogno vitale dei giovani, delle loro idee, della loro forza. E’ necessario che venga riconsegnata loro una visione positiva della vita, ideali e valori in cui credere, risposte concrete ed esempi a cui far riferimento… Abbiamo già parlato di questa frattura dalle pagine di Terre. Ma questo mese voglio concentrare la mia attenzione sulla strategia comuncativa per ripristinare il dialogo fra le nuove generazioni e i rappresentanti della politica. Questa distanza tra giovani e politica dipende infatti anche dal fatto che “il sistema” non parla più il loro linguaggio. I giovani oggi comunicano attraverso messaggi brevi, chiari, sintetici, precisi. Utilizzano email, sms e videomessaggi. Si informano su google, si danno appuntamento con messenger, si confidano nelle chat line, usano i blog per esprimersi, criticare, sostenere, analizzare. Invece, nell’era di internet, la politica si trova ancora all’epoca dell’aratro e – tranne rare eccezioni - continua a parlare un linguaggio distante anni luce da loro: quel politichese che nessuno usa più all’infuori di una ristretta cerchia di professionisti e burocrati. Se i giovani non ci capiscono la colpa non è loro. La colpa è nostra. Io sono convinto che la politica abbia disperatamente bisogno dell’entusiasmo e della freschezza dei giovani. Se i giovani tornano alla politica ci guadagniamo tutti, ci guadagna il Paese. Ma tocca ai politici farsi capire. Cambiare linguaggio, fare il primo passo. Per questo, un buon politico non può rinunciare ad utilizzare internet e la rete come strumento per avvicinare e coinvolgere alla militanza politica. Un utilizzo della rete “in grande”, all’americana, che mi ha davvero colpito per l’incisività e la capillarità è stato quello fatto dallo staff elettorale di Barack Obama, nuovo presidente USA. Nella sezione “issues” del suo sito c’era il suo programma, punto per punto, messo a confronto con il rivale McCain, ed ognuno di noi poteva andare a leggerlo. Internet è stato per loro un formidabile strumento di diffusione, conoscenza e organizzazione dei militanti e dei volontari: è l’immediatezza dell’informazione. Il fatto stesso che in rete ci si possa informare senza censure, si possa comunicare in modo diretto, si possano progettare incontri e manifestazioni, collaborare con altre persone su scala locale e internazionale è questo che rende internet potente. La sua efficacia è tanto potente che la rete stessa è usata – purtroppo con successo – anche da criminali senza scrupoli, da pedofili che cercano di incontrare e sedurre con l’inganno giovanissimi inconsapevoli; malati di mente che convincono le ragazze più suggestionabili a diventare anoressiche; terroristi che reclutano kamikaze, pianificano attentati. Oggi, senza la rete globale, questi criminali non sarebbero neppure in grado di organizzarsi e di agire con tanto successo. I politici hanno il dovere di conoscere e utilizzare questi nuovi strumenti per operare a fin di bene, promuovere campagne di sensibilizzazione, diffondere i valori positivi della democrazia e coinvolgere i nostri ragazzi in un’attività, la politica, che, anche se oggi si svolge con mezzi molto diversi dal passato, ha sempre lo stesso nobile scopo che aveva già nell’antica Grecia: fare in modo che sempre più persone si occupino della “cosa comune”, la “res pubblica”, e che un numero sempre maggiore di noi possa godere delle libertà e dei diritti che ancora oggi non sono per tutti. Grazie ad internet e ad una nuova ed inedita possibilità di dialogo e di confronto, i politici e i giovani cittadini hanno la possibilità di comunicare, di collaborare, di allearsi per risolvere i problemi veri del Paese e delle persone. Questo è l’uso che ho sempre fatto della rete, considerandola un mezzo e non un fine; perché anche questo è un modo per riavvicinare i giovani alla politica e per dare ai politici una nuova opportunità di dimostrare che insieme si può cambiare.
13 luglio 2009
Intervista su magentagiovani.it
INTERVISTA A DIEGO ZARNERI
di Claudio Peri
Con i suoi 27 anni è uno dei volti più giovani della politica di oggi. In questa intervista ci racconta come i ragazzi e la politica non siano due mondi inconciliabili, ma due elementi che assieme possono realizzare qualcosa di buono per tutti. Diego è vicepresidente del Movimento per l´Italia, l´abbiamo conosciuto una sera grazie all´amicizia di Irene Bertoglio. Quest´uomo mi ha davvero stupito, non solo per il numero di iniziative e associazioni importanti che lo vedono coinvolto o che lui stesso ha creato, ma anche per il costante impegno che ha sempre versato nel promuovere una politica che partisse da esigenze concrete, e che arrivasse in qualche modo a essere utile a tutti. E dai tempi in cui mise in piedi un super-servizio di diffusione delle dispense in Università, alla sua candidatura a Sindaco di Brescia a 26 anni, di strada ne ha fatta. Ora è il vice di Daniela Santanchè, all´interno del MPI, e alle nostre domande ci racconta il suo modo di far politica.
MSG: Cosa ti ha spinto e motivato a fare politica?
Diego: Questo mio interesse è nato attorno ai 16-17 anni, durante il liceo. A quei tempi frequentavo un istituto superiore fortemente politicizzato e ritenevo ingiusto che nell´insegnamento della storia ci venissero proposte rivisitazioni e falsificazioni in favore di una parte politica, a volte anche con argomenti assurdi. Questa cosa mi dava decisamente fastidio, ed è quindi dal senso di ingiustizia che è nato questo mio interesse. Il mio amore per la politica vera, tuttavia, è nato in Università, perché da un´idea che coinvolgeva la sfera personale, mi sono reso conto che potevo mettermi in gioco e diventare un punto di riferimento per persone che hanno a cuore i problemi concreti legati al mondo universitario. E quando riesci ad aggregare tante persone accomunate da questi bisogni e coscienti delle diversità della vita, a cui riesci a declinare i tuoi valori, ti accorgi che una volta all´interno dell´amministrazione la tua idea può davvero cambiare la società. O nel caso specifico di allora l´Università.
MSG: E´ incredibile come a 27 anni tu sia riuscito a raggiungere simili traguardi. La gente comune spesso vede il politico giovane come un ingenuo, un idealista, o semplice carne da macello per i vecchi squali. Credi che essere giovane sia davvero penalizzante, o che possa essere una risorsa in più per la res publica?
D: Bisogna scindere il discorso in due. Innanzitutto vediamo come i partiti guardano ai giovani: per loro sono una risorsa finché sono utili ai banchetti, nei volantinaggi o per i cartelloni, in pratica sono uno strumento. Arriva però il momento in cui il ragazzo cresce, e da strumento diventa ‘concorrente´, con una sua identità. Allora il partito ti relega in qualche movimento giovanile dicendoti che non puoi occuparti della vita politica in modo diretto. Non a caso la classe politica italiana è la più vecchia d´Europa, perché sistematicamente non viene dato spazio ai giovani. Per fare un esempio, quando vinsi le elezioni universitarie e la mia notorietà aumentava poco a poco, il più grande ostruzionismo alla mia crescita arrivò dal partito stesso.
L´altro punto di vista è invece quello dell´elettorato, che al contrario ha voglia di puntare sui giovani perché mentre la classe politica attuale è vista come ‘sporca´, poco propositiva e aggrappata alla poltrona, il giovane non può già essere corrotto dal sistema e l´elettore ci scommette volentieri, soprattutto gli anziani. E´ anche antitesi del prototipo di giovane svogliato e disinteressato di oggi: alla gente fa piacere che i giovani facciano politica. In questo si nasconde il tranello della tendenza di oggi a candidare facce nuove per raccogliere consensi, guidate però dai soliti noti. Eppure un giovane può fare moltissimo per la politica; per il solo fatto che ha una vita davanti, ha anche interesse e attenzione per tutto ciò che riguarda il futuro.
MSG: Così però mi costringi al paragone con le chiacchierate ‘candidature di veline´. Tu che sei arrivato dove sei con impegno e voglia di fare...
D: E tante bastonate sui denti (ride)
MSG: ...Quelle soprattutto. Come vedi questi episodi nelle scorse elezioni di giovani candidate a quanto sembra per raccomandazione, o per il bel faccino?
Credo che qui il ragionamento da fare non sia più sulla politica ma sulla società, perché la politica è riflesso della società stessa. E nella società del Grande Fratello, anche la politica diventa spettacolo. Chiaramente per un giovane che fa politica con grande sacrificio e dedizione, fa un po´ specie vedere tanta gente di spettacolo entrare nelle liste come niente. Purtroppo però è anche un po´ colpa dei giovani. Un cartello generazionale così radicato, che coinvolge tutti i partiti di destra e di sinistra, può essere incrinato solo da un´alleanza trasversale di giovani che indipendentemente dal partito chiedono di poter entrare nel mondo politico. Il che è molto difficile da realizzare, perché gli interessi di partito sono troppo determinanti. Quando cerchi il dialogo con la parte opposta cercando di risolvere assieme un problema comune, scatta l´ostruzione del partito. Io ho la fortuna di trovarmi all´interno di un movimento che va contro questa tendenza, e che al contrario è stato determinato così dai giovani che lo compongono.
MSG: Domanda da un milione di euro: cosa pensi della gioventù d´oggi?
D: Ho una pessima opinione. In una società che è ipergarantita nei confronti di chi è venuto prima, i giovani sono al contrario i più precari di tutti. E non reagiscono per niente, sembrano talmente non abituati a pensare che non si accorgono nemmeno della loro situazione. Sono pochi quelli che si accorgono che non avranno una pensione e provano a far politica, o fanno impresa. Non c´è classe dirigente né credito, per i giovani. Basti pensare che in Italia le banche e le aziende di credito non fanno finanziamenti all´idea, come accade in altri Paesi. Questo anche perché non c´è voglia di mettersi in gioco, non c´è inventiva. E´ necessario un movimento che richiami i giovani alle loro potenzialità e ai loro doveri. Ma non un movimento di protesta, tipo ‘68. Qualcosa che al contrario sia propositivo.
MSG: Interessante. Possiamo considerare quel periodo una causa dell´apatia giovanile odierna?
D: Certamente il ruolo che il ´68 ha giocato per arrivare alla situazione attuale è determinante, ha avuto conseguenze pesantissime, ma non è l´unica causa. Ad esempio non escludo che ci siano dei precisi disegni, alle spalle. Disegni dall´alto, che prevedano che i giovani non debbano ragionare. La società addomestica i ragazzi ad essere consumatori ed elettori. Individuare tutte le cause è quasi impossibile, quello che c´è da dire è che sarebbe ora di mettersi in moto per cambiare le cose.
MSG: Cosa consiglieresti a un giovane che sente il bisogno di un impegno politico, ma non sa da che parte cominciare?
D: Innanzitutto gli consiglio di cercare qualcuno che faccia la battaglia assieme a lui, perché oltre a darle un gusto del tutto diverso, ti rende anche più forte. E in secondo luogo di mettersi in discussione. Perché se non trova qualcosa che lo rappresenta, e capita spesso, provi a creare qualcosa di suo. Più che un´insegna di partito è importante che la vita politica prenda coscienza che c´è gente come te che è pronta a parteciparvi. Il partito viene di conseguenza.
Vedi qualche apertura, in questo senso? Qualche segnale che la situazione possa cambiare?
D: Senza dubbio la contingenza sociale ed economica è favorevole a un cambiamento. Potrei dire che questo è il momento giusto per muoversi e fare qualcosa. In un periodo di crisi economica, in cui sia le parti politiche che gli interessi economici vengono messi in discussione, è il momento migliore per proporre un cambiamento di schemi. Da parte nostra ci stiamo già muovendo per far ciò che questo si realizzi.
http://www.magentagiovani.it/pubblicazioni/news/news_dettaglio.asp?ID_M=74&ID=163&ID_MacroMenu=2
30 marzo 2009
Futurismo...
"I più anziani fra noi hanno trent'anni: eppure noi abbiamo gia' sperperati tesori, mille tesori di forza, di amore, d'audacia, d'astuzia e di rude volontà ; li abbiamo gettati via impazientemente, in furia, senza contare, senza mai esitare, senza riposarci mai, a perdifiato...Guardateci ! Non siamo ancora spossati ! I nostri cuori non sentono alcuna stanchezza poichè sono nutriti di fuoco , di odio e di velocità !...ve ne stupite ?...E' logico poiche' voi non vi ricordate nemmeno di aver vissuto ! Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle !
Ci opponete delle obiezioni ?...Basta!...Basta! Le conosciamo...abbiamo capito!...La nostra bella e mendace intelligenza ci afferma che noi siamo il riassunto e il prolungamento degli avi nostri. Forse !...Sia pure ! ..ma che importa ?..Non vogliamo intendere!...Guai a chi ci ripetera' queste parole infami!...alzate la testa !
Ritti sulla cima del mondo, noi scagliamo, una volta ancora, la nostra sfida alle stelle!"
14 marzo 2009
Italia 2009 quali speranze per i GIOVANI?
Prima della partenza per una importante e rischiosa spedizione militare, Alessandro Magno si informò sulla situazione dei suoi amici e distribuì loro una fattoria a questo, a quello un villaggio, a quell’altro le rendite di un borgo o di un porto. E quando già il complesso di tutti i beni regali era stato esaurito e assegnato, Perdicca gli disse: “ma a te, o Re, cosa riservi?”. Ed egli rispose: “la speranza”.
Per cambiare l’Italia, la nostra generazione deve abbandonare la ricerca spasmodica e frustrante delle certezze perdute. La strada è un’altra. Dobbiamo avere “la capacità di credere in ciò che ancora non si vede”, facendo nostro il messaggio chiave che Barack Obama ha proposto ad un’America confusa e sfiduciata.
Dobbiamo avere il coraggio di trasmettere all’intera società italiana e alle sue classi dirigenti i nostri valori, gli unici che potranno consentirci di interpretare il nuovo secolo.
-Il rischio, come leva prima dello sviluppo e dell’innovazione.
-Il nomadismo, come capacità inesausta di scoprire le capacità del mondo.
-Il pragmatismo, come rifiuto delle verità pre-confezionate.
-La trasversalità, come ricerca del confronto con l’altro.
-La flessibilità, come strumento per la crescita continua e per la ricerca della felicità individuale e collettiva.
24 dicembre 2008
Auguri di Buon Natale e un pensiero all'Europa...
Proprio in questi giorni ho avuto modo di recuperare dei vecchi appunti è rileggendoli è nato un ragionamento sul significato del Santo Natale, fra tradizione e comune momento spirituale, alcune considerazioni sui valori non negoziabili nella società moderna, con un inevitabile riferimento al rapporto tra Europa, Fede e Ragione, che vi propongo in sintesi....
Al centro del ragionamento dobbiamo porre, per il nostro continente, delle fondamenta culturali certe e riconosciute. Fondamenta che non possono non essere che la religione cristiana, il diritto romano e la filosofia greca. Capisaldi alla base dell’evoluzione culturale dell’Europa e della genesi dei suoi valori tradizionali.
Il legame tra Fede e Ragione, fra cultura europea e religione cristiana, è inscindibile e deve tornare ad essere un punto di riferimento per una società in crisi valoriale e di identità. L’occidente deve la sua stessa natura a questo legame. Punto di riferimento fondamentale per un’'Europa che si ritrova a dover fronteggiare situazioni e fenomeni inediti quali il relativismo, il secolarismo, l'edonismo, il nichilismo, l'individualismo, e il diffuso benessere che anestetizza l'uomo. Risposte per un popolo che, dimenticando la propria identità e le proprie tradizioni, sta svanendo nel nulla.
In un contesto geopolitico così difficile, ritengo fondamentale che l’Europa e l’occidente rifondino le loro certezze proprio sui valori della propria storia. L'Europa deve recuperare la propria anima. Non può fondarsi solo sulla moneta unica rimanendo un’espressione geografico-mercantile, poiché la sua vera ricchezza sono le persone. Si auspica un nuovo umanesimo che riponga al centro l'uomo.
L'Europa, oggi attraversata da un vuoto abissale, ha perduto i suoi valori e con essi la sua identità. L'Europa ha maturato nei secoli un particolare senso di rispetto della vita, dall'alba al tramonto.
Oggi però pornografia, pedofilia, embrioni inceneriti, eutanasia, ecc. stanno negando i valori che la contraddistinguevano. L’identità europea nasce dalla famiglia, oggi snaturata ed equiparata alle varie forme di convivenza. È il primo valore da recuperare per arginare e risanare la corruzione dilagante.
“Vivere è costruire la speranza, condizione fondamentale per guardare al futuro, è la virtù dei tempi difficili”. È tempo di rimettere l'uomo al centro, è tempo di divenire una presenza costruttiva nella società.
Buon Natale...
18 dicembre 2008
In viaggio... Ragionando sul senso del tempo.
Mi abbandono fra le braccia della mollezza calda di un respiro barocco. Osservo la vita attorno a me e mi domando che cos'è il tempo. Provengo da un mondo dove la vita è espressa in funzione degli impegni, tutto è compresso, spinto, tirato in minuzie di tempo e in tutto questo correre davanti ad esso sfuggiamo alla vita. Giungiamo "per tempo" agli appuntamenti del quotidiano vivere perchè è necessario ottimizzare tutto e quando un imprevisto si pone tra noi e la successione degli istanti, si rompe quel meccanismo costruito con fragili ingranaggi lasciandoci interdetti nella nostra stessa frustrazione. Qui è tutto diverso le persone vivono. Vivono lasciando che il tempo scivoli loro addosso ed esso si dilata, si espande, le ore di una giornata si allargano nei loro precisi, ma soggettivi, sessanta minuti. Il camminare delle persone nel centro cittadino è accondiscendente nei confronti dei loro stessi passi, non è un trascinarsi molle e vizioso, no, è un assaporare la meta o un vagare dilettevole. Il tempo qui è fisiologico, ognuno lo affronta a suo modo perchè non è la scarna e nuda durata degli eventi, ma l'effettiva considerazione di essi. La rilassatezza che si raggiunge nel non accondiscendere ad un ritmo sincopato, l'escludere sé stessi dalle costrizioni del tempo indotto attrae la vita a noi, ci restituisce ciò che è nostro di diritto, l'unica cosa che dà senso al nostro vivere, noi, abituati a sopravvivere. La cosa che più stupisce uno sprovveduto in materia come me è che qui, le genti non sono consapevoli della loro capacità di controllare il movimento delle lancette dell'orologio, per loro è naturale come il sole che qui sorge prima la mattina e che va a riposare presto alla sera. Non è necessario disturbare Parmenide per il quale "il mutamento è una mera illusione"; Zenone che nei "paradossi" ci erudisce che il movimento è formato da istanti di immobilità; Kant che concepisce il tempo come una "forma a priori della sensibilità" o Einstein con la sua "teoria della relatività". Quando noi, genti possedute dal tempo, siamo ancora alacri nel ritardato vespro, qui, le genti dominatrici del tempo si dilettano a guardare il cielo non chiedendosi come sarà domani perchè sicuramente il domani giungerà con tanto, tanto tempo tutto per loro.
Tornerò nel mio mondo e dimenticherò temporaneamente questo morbido vivere perchè mi lascerò trascinare da quella marea di stolti che, come me, si sveglieranno una mattina con il capo canuto e si domanderanno il motivo di quel, per loro repentino e immotivato, imbiancamento.
10 novembre 2008
STUDENTI IN PROTESTA? La comodità del 68'
“Noi non vogliamo spostare le lancette dell'orologio indietro fino al 67, ma riteniamo che il “sessantottismo”, cioè quel particolare modo di intendere la società e l'università nato nel ‘68, abbia prodotto, alla lunga, più danni che benefici. La mentalità del “18 politico”, la deresponsabilizzazione totale dello studente, l'annichilimento della meritocrazia: sono tutti effetti collaterali chiaramente derivanti da quella stagione. Effetti che hanno logorato pian piano, fino a demolirla, l'Università italiana. Hanno trasformato la nostra generazione nell'infanzia viziata dell'occidente, quella a cui tutto è dovuto, quella che pretende tutto e lo pretende subito: i sessantottini hanno oKKupato cattedre e giornali, hanno determinato il senso comune da tribune politiche e organi di informazione, hanno creato il mito della gioventù come categoria dello spirito condannando noi, giovani anagraficamente, ad un'eterna adolescenza. Il sessantottismo ha distrutto il ruolo di fucina della classe dirigente tipico delle Università, svuotandole della loro intrinseca energia culturale, ed ha trasformato gli Atenei in un parcheggio privo di dignità per le forze più sane del paese. L'errore più grave che la nostra generazione può commettere, la trappola più insidiosa in cui può cadere, è quella di ripetere, a quarant'anni di distanza, gli stessi slogan sessantottini, è farsi carico delle stesse parole d'ordine. Sarebbe un errore grave perché si tratterebbe di una battaglia conservatrice: l'Università italiana è già oggi come l'avevano immaginata nel 68! Purtroppo per noi…” da L’Occidentale – orientamento quotidiano
Non abbiamo finito di dire che di ’68 et similia ne abbiamo pieni i "cosiddetti" che, come il trillo di un orologio svizzero, ecco che il tormentone ci viene puntualmente riproposto. “Aria di sessantotto” è il ritornello trionfale che agita i giovani (alcuni giovani) nelle piazze: che bello, le coscienze si destano, i cuori tornano a vibrare, si ricaricano le pile dei megafoni, si rispolverano dai vecchi armadi le divise d’ordinanza. E non si parla d’altro. Evidentemente è una penitenza divina che dobbiamo pagare, non c’è niente da fare per evitarlo. L’unico modo, magari si potesse, sarebbe vietare nelle scuole ogni libro e ogni lettura relativa a quegli anni, una bella censura che riesca a cancellare per sempre quegli slogan e quelle parole d’ordine. Ma si tratta di utopia e l’accusa di censura regimentale è sempre dietro l’angolo… Eppure sarebbe davvero l’unica soluzione. Perché, ma basta, ci siamo stufati di urlarlo, noi per la nostra storia non siamo figli consapevoli, ma schiavi inermi quando non clienti pronti a metterci in fila di fronte alle prime convocazioni. La nostra storia è quella di uno studente brillante, nato all’inizio degli anni ’50. L’oratorio, poi il liceo, quindi il salto all’Università. Il nostro studentello diventa grande, matura ed è consapevole: tra un esame e l’altro riflette sul mondo che sta costruendo e su ciò che c’è intorno a lui. Sono in tanti a riflettere e l’esito è uno e uno solo: il mondo va cambiato. L’Università è vecchia, bigotta, va riformata. E allora il nostro studente si mobilita, studia, alza la testa di fronte a quelli che definisce i baroni universitari, irrompe nel sistema e lo sradica, lui come tanti altri che riempiono le piazze e occupano le università. Il nostro studente cambia il mondo, o almeno l’Italia: basta strapotere dei baronati, l’Università è degli studenti, la cultura è libera nell’anima e non vuole padri nè padroni. Gli anni dell’Università sono entusiasmanti, tra manifestazioni, assemblee, slogan che rimarranno nella storia e ottimi voti sul libretto. Poi arriva la laurea. Il nostro studente decide che l’Università gli piace a tal punto che vuole rimanerci e diventare un grande docente. Si sente bravo, sa che ce la farà. Solo che mentre studia da professore del futuro, si accorge che i baronati non sono stati sconfitti del tutto. Già, forse non si respira più nelle aule quel terribile clima di autoritarismo inflessibile, ma i baroni e i baronati ci sono ancora, eccome se ci sono. Ed è così che il nostro studente, dopo essere stato per qualche anno alle dipendenze del sopravvissuto barone di turno, decide che in fin dei conti i privilegi garantiti da quel titolo nobiliare non sono poi tanto male. L’importante è condirli con qualche libro sul ’68, ogni tanto, l’importante è prendere qualche posizione netta e intransigente, per esempio quando un Papa vuole invadere l’Università, l’importante è invitare qualche ex compagno di lotte di piazza in occasione di qualche bel convegno. Per il resto, la vita, anche quella accademica, va avanti senza scossoni. Il nostro studente assume dunque le sembianze del baronetto, quindi, quando i tempi sono maturi, del barone. E tutte le lotte che ha vissuto nella vita precedente? Mica sono da buttare, ci mancherebbe: tornano spesso utili, soprattutto quando a qualche ficcanaso viene in mente di discutere sui presunti privilegi dei docenti universitari. Ecco che in queste occasioni, il nostro studente ora barone, insieme ai suoi amici, parla di attacco al cuore dell’Università, ricorda a tutti quanto lui ha lottato per creare questa Università e invita gli studenti a mobilitarsi in sua difesa. Il nostro studente quindi è partito dal ’68 e torna al ’68, questa volta però in giacca e cravatta, dietro una bella scrivania in uno studio a causa del quale arriva spesso in ritardo di un quarto d’ora alle lezioni che deve tenere. E’ questa la differenza sostanziale tra il ’68 di ieri e quello presunto di oggi. Allora, nel bene e nel male, è stato un movimento spontaneo di studenti che desideravano un approccio più libero e consapevole alla cultura, e vedeva gli studenti contro i privilegi della classe docente. Dei risultati ottenuti non è questa la sede per discutere anche se la citazione che accompagna questo articolo ben rappresenta il mio giudizio. Quello presunto di oggi non è altro che la solita “clava” strumentale che qualcuno tira fuori per riconquistare spazi politici che non ci sono più. Il 68 del 2008 vede gli studenti difendere i privilegi e gli sprechi, ma che rivoluzione è? Serve invece un cambio di rotta. Uno strappo netto col passato. Un'affermazione rivoluzionaria: basta cialtronate, basta egualitarismo, basta pappe pronte! Basta sprechi, basta proteste telecomandate, basta professori incapaci! Vogliamo una rivoluzione nel nome del merito e della qualità!
28 settembre 2008
La mia generazione...
Una generazione nuova come molte altre ma senza guide, senza maestri. Una generazione figlia di un’altra generazione che ha fatto del distacco dal padre un emblema, dell’odio per la tradizione una bandiera, che pretendendo di sconfiggere l’individualismo e le buone maniere è caduta esattamente e fatalmente nella spirale dell’ “io solo”. Un distacco dal padre come persona come autorità, un distacco finto utilitaristico: ribellione e indipendenza a spese di papà. R. Kipling sintetizzava quasi profeticamente nel “Libro della giungla” le figure dei “signori” della giungla come parodia del mondo degli adulti, simulacro delle cariche dirigenziali di uno Stato ancora aggrappato a idee e concetti che continuano a fare riferimento al passato, quando da almeno vent’anni parole come ideologia non vogliono dire più nulla. Quando Mowgli, bambino indiano protagonista del racconto che si perde nella giungla e che tutti gli abitanti della giungla invidiano per il suo essere “umano”, comincia a voler essere autonomo, incontra il re delle scimmie, il colonnello, un elefante appartenuto all’armata del marajà ecc. Tutti i personaggi hanno il loro “habitat” fatto di spazi, ma che non intendono minimamente condividere nulla con lui, anzi intendono carpirgli il segreto del fuoco! Oggi Mowgli è un po’ cresciutello e ormai 35 enne si aggira per i vari enti, strutture, aziende o affini in cerca di un “ingaggio a cottimo”: capacità di resistenza al mobbing, ottima… Ma anche questi “ragazzini” in cerca di autore, si scontrano con i nuovi padroni della giungla. Non c’è competizione. I nuovi sono nuovi da almeno 40 anni!!! E non sono disposti a cedere nulla e tanto meno a fare i mentori di una nuova generazione.“Certo! Se il mondo finisce con me, muoia Sansone con tutti i Filistei!!! Se la mia posizione è costruita non sulla responsabilità generazionale, ma sul presupposto che tutti mi adorino…” allora è impossibile cedere il passo, è impossibile trasmettere qualcosa agli altri. L’ “altro” è solo un’entità scomoda che attenta ai miei privilegi e nella misura in cui è capace e sveglio deve essere tenuto lontano, “guai ai vincenti” e non più “guai ai vinti”. Esiste una rete di interessi comuni di certe fasce di età, il problema principale e' oggi tra “giovani” dai sessanta ai cento anni e “giovanissimi” dai venti ai cinquanta. Un generazione nuova, con nuovi problemi, senza un’identità in cui ritrovarsi, in cui riscoprire le proprie radici che provengono dalla storia antica di una civiltà che ha cambiato gli eventi e ha dato dignità all’uomo, alla famiglia, ha dato senso alla tradizione. Parlo di storia antica e non di quella degli ultimi 40 anni in cui, francamente, fatico a riconoscermi!C’è un buco generazionale di almeno vent’anni, non c’è spazio d’espressione, non ci sono opportunità, la società di oggi è un club troppo esclusivo per “ragazzini” svogliati o bamboccioni. Una generazione, la nostra, anestetizzata infantilizzata e resa inerte dalla rottura di un patto generazionale. Una generazione priva di identità, priva di libertà o perlomeno con la licenza di una libertà fittizia, falsa, il cui eco e grido viene soffocato tra le pieghe di un sorriso paternalista troppo spesso sulle labbra di vecchie “volpi di grossa taglia”. Non si tratta di scatenare lo scontro generazionale, ma di cominciare a esserci, di ridare coraggio a una generazione con le speranze ridotte alla sola possibilità di pensare, di credere che è possibile occupare uno spazio con la forza dell’intelligenza, di avere il coraggio di pensare che è più importante valere per quello che si è e non per quello che si ha. E allora Mowgli comincerà a non scappare più da Shere Khan la tigre, prenderà coscienza di possedere un’arma, che è l’intelligenza e la forza d’animo che può generare il coraggio. Il coraggio di prendere consapevolezza che è il momento di reagire, di alzarsi e di rompere la barriera dell’individualismo del cinismo tipico della “gerontocrazia che non molla”, espressione statica e plastica di una realtà che è diventata una diga. Una generazione figlia del nuovo millennio che deve ritrovare la voglia di provare, di proporsi senza essere paralizzata dal giudizio del “consenso degli anziani” imparando a correggere gli errori e senza timore di sbagliare, poiché come dicevano i nostri vecchi, anzi scusate, i nostri antenati: sbagliando s’impara!
